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Home Forum | La Fantascienza e gli altri generi... | Urania Mondadori | Discussione: I Libri di Maxpullo 2010 «prec succ»
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  Autore  Discussione: I Libri di Maxpullo 2010  (letto 130592 volte)
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Re:I Libri di Maxpullo 2010
« Rispondi #165 data: 08 Giugno 2010, 11:12:49 »
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Citazione da: TRIFIDE-GT il 08 Giugno 2010, 07:01:02


Citazione da: dhr il 07 Giugno 2010, 20:23:39

posso fare una domanda "cattiva"? quanti sono oggi in Italia gli under-18 che leggono Urania?


Direi di spostare la discussione, comunque interessante, su una sezione apposita el forum per non uscire dal tema de "i Libri di Maxpullo" di questa rubrica.

Rincarando la dose si potrebbe estendere la domanda a: quanti under 18 leggono libri?
Io dico meno del 10%...

Penso sia una stima fisiologica indipendentemente dai tempi, noi quanti ne leggevamo?

GT


Ci tengo a precisare che gli intenti della mia riflessione non erano assolutamente polemici o provocatori.
Il "cappello" introduttivo al libro nell'ultima scheda voleva essere uno spunto per una discussione come ce ne sono tantissimi altri nella mia rubrica: un'idea perchè ognuno potesse portare la propria esperienza con libri che per un motivo o per un'altro lo avevano turbato.
Quando lo lessi la prima volta. "La casa della bestia" mi fece veramente rabbia perchè le immagini che mi venivano in mente durante la lettura erano davvero poco piacevoli. Oggi quel turbamento non c'è quasi più: è l'evoluzione della sensibilità dall'adolescenza all'età adulta oppure è il segno di una realtà cambiata (in peggio) e che ci costringe ad accettare per "normali" cose ben peggiori di quelle che Laymon lascia intuire nel suo libro?
Il problema che mi sono posto, però, non è un problema di Urania o dei suoi curatori: è generalizzato. Mi spiace per quelli che la pensano diversamente, ma per me è innegabile che vi sia una nobile, inconsapevole gara tra media, giornali e riviste più o meno specializzate per rendere "normali" ed "accettabili" un linguaggio e dei comportamenti che un tempo si potevano "apprezzare" solo nei cosidetti B-Movies o in riviste molto particolari.
E poi diciamolo: il problema non sono certo libri come "La notte del Drive-in" o i film di Alvaro Vitali, che, pur con un linguaggio e situazioni pesanti riescono a divertire perchè lasciano intravedere gli intenti dissacratori, il problema è piuttosto scoprire che quelle che dovrebbero essere simpatiche eccezioni stanno diventando la norma e che se un autore scrive la parola "cazzo" ogni volta che il protagonista apre bocca aumenta le possibilità che il proprio romanzo venga pubblicato...
Il problema per me non sono gli under-18 che non leggono abbastanza, ma un sistema culturale in piena decadenza che propone modelli sbagliati e reagisce con strafottenza, ilarità o peggio quando qualcuno prova a farlo notare.
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Re:I Libri di Maxpullo 2010
« Rispondi #166 data: 11 Giugno 2010, 16:26:37 »
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Fantascienza e religione: nelle grinfie della censura...

Se qualcuno ha letto la mia ultima recensione ed è andato a sbirciare nella fantabancarella, saprà sicuramente tutto de "Lo strano caso dell'Urania 35". Per i più pigri, tuttavia, quelli cioè che non hanno letto la mia ultima scheda oppure non hanno voluto cliccare sul link proposto, riassumo qui i fatti salienti.
Se si prendono dalla libreria gli Urania a partire dal numero 24 (i più pigri possono astenersi e fidarsi di quanto dico), si potrà notare come tra le prossime uscite della collana riportate all'ultima pagina del volume sia annunciato un romanzo di Fritz Leiber intitolato "L'era di Satana"; questo annuncio c'è fino al numero 34, dopodichè il romanzo scompare senza esser mai stato pubblicato. Quello che successe tra il numero 34 ed il numero 35 de "I Romanzi di Urania" è un mistero che solo la memoria di Luigi Cozzi ha potuto dipanare dopo tanti anni: il numero di Leiber, infatti, fu dato alle stampe come annunciato, ma la distribuzione alle edicole fu bloccata da Arnoldo Mondadori in persona, il quale, letto il romanzo, si arrabbiò a morte con l'allora curatore della rivista Giorgio Monicelli ed ordinò l'immediata distruzione di tutte le copie. Come risultato l'Urania di quel mese ritardò ad uscire e quando finalmente vide la luce, il romanzo annunciato era stato sostituito da "Il risveglio dell'abisso" di John Wyndham.
Lo stesso romanzo di Leiber, stroncato dalla censura nel 1954, fu pubblicato successivamente solo nel 1965 nella collana Galassia al numero 59 con il titolo "L'alba delle tenebre" e poi di nuovo nel 1978 nella collana Cosmo Oro della Nord, sempre con il medesimo titolo, al numero 34.
Fu solo nel 1991, che "L'alba delle tenebre" approdò finalmente alla corte di Urania, per essere pubblicato, come se nulla fosse, nella collana dei Classici, al numero 173.
A questo punto i più pigri possono rammaricarsi di aver perduto l'occasione di leggere la stessa identica cosa ma scritta dal Custode della Fantabancarella in modo molto più brillante, simpatico e ricco di particolari di quanto non abbia saputo fare io in questa introduzione.
Ma al di là delle interessanti considerazioni sul numero scomparso e sull'ipotetico valore che avrebbe oggi una copia dell'Urania 35 che fosse eventualmente scampata alla distruzione, il fatto interessante è accorgersi, da fatti come questo, di come il trascorrere degli anni modifichi radicalmente il concetto di cosa sia pubblicabile e cosa no e delle modificazioni inevitabili che la società ed i suoi costumi impongono all'editoria. Neanche a dirlo, infatti, il libro è tutt'altro che blasfemo o dissacratore, solo che probabilmente, per quella che era la cultura dei primi anni '50, proponeva temi considerati tabù e non tutti avrebbero potuto apprezzare il rocambolesco rovesciamento di valori che Leiber è riuscito a proporre. Di seguito il commento al romanzo.

Il romanzo affronta in modo originale, imprevedibile ed ironico il difficile tema del rapporto tra scienza e religione.
L'autore, infatti, immagina un futuro in cui la scienza è stata trasformata in una sorta di religione, dietro i cui dogmi si cela l'ambizione degli scienziati di mantenere e preservare indefinitamente il proprio potere sulle masse condannate all'ignoranza ed alla cieca obbedienza. Ma in questo quadro statico in cui i preti-scienziati sono organizzati nella cosidetta "Gerarchia" e controllano il mondo, si inserisce improvvisamente un elemento di disturbo: la "Stregoneria", una nuova organizzazione apparentemente votata al male ed al soprannaturale e che mira a rovesciare l'ordine costituito.
Lo scontro apocalittico tra queste due fazioni si sviluppa, quindi, nel corso della trama, in una sorta di Armageddon in cui il "Bene" ed il "Male" si affrontano per contendersi il possesso del pianeta, senza però che l'autore dia le coordinate giuste per decifrare quale delle due fazioni sia quella del Bene e quale invece quella del Male.
Sebbene, infatti, vi siano continui riferimenti a Satana ed a nomi della demonolatria cristiana come Asmodeo, la denominazione di "Stregoneria" e la conseguente logica associazione con il Male è puramente convenzionale in quanto anche questa fazione, come del resto l'altra, è improntata ad una laicità di fondo e ad una negazione di qualunque elemento spirituale o sovrannaturale a tutto beneficio della scienza e della tecnologia. E' evidente, tuttavia che, proprio questa mancanza di una presa di posizione netta e di una condanna del Male giocarono un brutto tiro a questo romanzo, unico caso accertato di censura in tutta la storia della collana in un epoca in cui certi argomenti, anche se non proprio tabù, raramente venivano toccati in una rivista.

La contesa tra le due fazioni, comunque, pur non risparmiando al lettore momenti di ilarità con qualche punta di grottesco, è al contempo spettacolare e drammatica, condotta con continui colpi di scena ed un ritmo serrato che rende la lettura facile e gustosa, fino al finale niente affatto scontato. L'intervento di Fratello Jarles, dapprima membro della Gerarchia e poi adepto della Stregoneria, riuscirà, infatti, a dare a tutta la storia una diversa chiave di lettura ed a far apparire la battaglia appena terminata come una sorta di rivendicazione della libertà e dei diritti umani contro l'oppressione di qualsiasi forma di tirannia, sia tecnologica che religiosa.
Tra le tante interessanti trovate proposte dal romanzo ho trovato molto affascinante ed originale il concetto della modifica della personalità di un uomo pur lasciando inalterati la sua memoria, il suo carattere e la sua identità.
Un classico che si legge con piacere e che, pur non essendo un capolavoro, non dimostra affatto gli anni trascorsi.
« Ultima modifica: 13 Giugno 2010, 14:53:49 di maxpullo » Loggato
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Re:I Libri di Maxpullo 2010
« Rispondi #167 data: 11 Giugno 2010, 18:48:31 »
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"Ve l'avevo detto, io..."
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Re:I Libri di Maxpullo 2010
« Rispondi #168 data: 13 Giugno 2010, 14:53:25 »
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Fantascienza e religione: l'inferno secondo Farmer

Prima di affidare una serie di sconvolgenti rivelazioni sull'universo alla sua folle e divertentissima "Venere sulla conchiglia", prima di descriverci le gesta del suo originalissimo, misterioso ed imprevedibile "Cristo marziano" (già presentati in due precedenti schede), e soprattutto prima di iniziare la stesura del suo celebre "Ciclo del mondo del fiume" (che aihmè non ho ancora letto), Philip Josè Farmer, già nel 1964, aveva affrontato quello che forse è il mistero più grande dell'esistenza, cimentandosi con il difficile e delicato tema della vita dopo la morte.
Nel suo "L'inferno a rovescio", pubblicato come Urania Classici 113, Farmer tenta di descrivere un aldilà molto particolare e suggestivo, e, anche se, a mio avviso, la lettura non è delle più esaltanti, rimane senza dubbio uno degli scritti più interessanti sull'argomento, se non altro per la capacità che ha avuto l'autore di sapersi staccare dal clichè classico dell'inferno fatto di fuoco, fiamme e sofferenza.

   Tutta la mia "cautela" nel bocciare questo classico si evince facilmente dal commento inserito.

Bisogna dare atto alla fantasia di Farmer che questa è una delle costruzioni più originali che mi sia mai capitato di leggere sul tema della vita dopo la morte o prima della nascita.
L'incredibile allucinante "Inferno" in cui si trova ad "esistere" il protagonista che risponde all'improbabile nome di Jack Cull è misterioso, spaventoso ed affascinante quel tanto che basta a far conquistare al romanzo tutto il suo fascino.
Poi però purtroppo le picaresce disavventure di Cull e del suo seguito, i suoi arzigogolati sillogismi e ragionamenti volti a conoscere l'identità del misterioso X ed a svelare il mistero dell'universo in cui si trova finiscono per venire un po' a noia e la rivelazione finale (che poi è una falsa rivelazione perchè forse non c'è nulla da rivelare) risulta deludente ancorchè originale.
Mi riservo di rivedere la valutazione del libro dopo aver letto i romanzi del ciclo del fiume

Una bocciatura parziale dunque, in ossequio non solo ad un grande e geniale interprete della SF, ma anche alle descrizioni di questo luogo misterioso ed assai diverso dall'inferno dantesco.

L'inferno di Farmer appare, infatti, terribile e concreto più per la sua assurdità che per la sua crudeltà o per la presenza dei "demoni": le sue folli geometrie, l'inesplicabile comportamento dei suoi abitanti, il senso di mistero che trapela dalla sua struttura e quello di oppressione che incombe sul protagonista sono veri e propri pezzi di bravura e rappresentano gran parte del fascino del romanzo.
Poi, purtroppo, come ho tentato di spiegare nel commento, il senso di meraviglia si perde e subentra la noia, nonchè un certo disappunto per l'impressione del capolavoro mancato.
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Re:I Libri di Maxpullo 2010
« Rispondi #169 data: 13 Giugno 2010, 16:40:34 »
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cfr l'Inferno di Dante rivisitato da Salvador Dalí, surreale e a colori vivaci

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Re:I Libri di Maxpullo 2010
« Rispondi #170 data: 18 Giugno 2010, 13:57:08 »
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Creature aliene e invasioni: prima degli Ewoks

Alzi la mano chi non ricorda gli Ewoks: i simpatici orsacchiotti, indigeni della luna boscosa di Endor, e co-protagonisti de "Il ritorno dello Jedi", episodio conclusivo della prima saga di Guerre Stellari.
Non bisogna, tuttavia, dimenticare che ben prima che gli Ewoks apparissero nel film di George Lucas, un'altra genia di creature simili faceva la sua comparsa sulle pagine di Urania. Già nel 1964, con l'antologia Natalizia "Fantastrenna", Urania 363, Fruttero e Lucentini regalarono ai lettori della rivista tre racconti dedicati agli "Hoka Sapiens", creature simili ad orsetti intelligenti e nate dalla fantasia di Poul Anderson e Gordon Rupert Dickson. Fu però solo nel 1986 che Urania, sotto la guida di Giuseppe Lippi, presentò la raccolta completa dei racconti, pubblicandola nell'Urania 1023.

   In un mondo fantascientifico quasi interamente dedicato a creature mostruose ed alieni crudeli, gli Hoka rappresentano una piacevole eccezione: simpatici e dall'aspetto tenero, essi, sono anche infaticabili imitatori degli usi e dei costumi delle civiltà con cui vengono a contatto. Hanno tuttavia un enorme difetto: sono praticamente incapaci di distinguere la realtà dalla fantasia e per questo motivo è altamente sconsigliato fornirgli romanzi o film da cui possano trarre ispirazione per "mascherate" tanto sensazionali quanto pericolose.
Nei racconti contenuti nell'antologia gli Hoka spaziano dai miti del Far West a Sherlock Holmes, dalla storia di Don Giovanni alle storie di pirati, in un caleidoscopio di ambienti ed avventure straordinarie non prive di una certa dose di esilarante umorismo.
Nonostante il tempo trascorso le storie appaiono ancora originali e divertenti e si leggono con gusto, al punto che questa raccolta può a tutti gli effetti essere considerata un vero e proprio classico.
Certo è vero che personaggi e situazioni appaiono spesso molto "caricati" e paradossali, ma la simpatia delle creature evocate dalla fantasia dei due autori è tale che quasi non ci si fa caso e l'antologia arriva alla sua conclusione in modo leggero e quasi senza accorgersene.
Gli Hoka poi sono talmente simpatici, originali e ben riusciti che il fatto che le storie sembrino fatte con lo stampino e siano basate tutte sul medesimo "canovaccio" diventa un pregio anzichè un difetto.
Su tutti racconti comunque spicca "Hoka Holmes", vero e proprio capolavoro della fantascienza umoristica in cui gli autori sono riusciti anche ad ironizzare sul famosissimo personaggio di Arthur Conan Doyle, sfottendone amabilmente modi di fare e linguaggio, nonchè ironizzando su situazioni ed atmosfere tipiche dei romanzi di Sherlock Holmes.

Un libro divertente che si legge piacevolmente e che, anche senza essere un capolavoro, si ricorda anche a distanza di anni.
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Re:I Libri di Maxpullo 2010
« Rispondi #171 data: 18 Giugno 2010, 15:28:46 »
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Citazione da: maxpullo il 18 Giugno 2010, 13:57:08

Un libro divertente che si legge piacevolmente e che, anche senza essere un capolavoro, si ricorda anche a distanza di anni.


'a Max, ma un finalino diverso?
chissà se un tuo antenato, vissuto nel '300, ha scritto: "La Divina Commedia si legge piacevolmente, e senza essere un capolavoro..................."
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Re:I Libri di Maxpullo 2010
« Rispondi #172 data: 18 Giugno 2010, 18:07:52 »
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Citazione da: dhr il 18 Giugno 2010, 15:28:46


Citazione da: maxpullo il 18 Giugno 2010, 13:57:08

Un libro divertente che si legge piacevolmente e che, anche senza essere un capolavoro, si ricorda anche a distanza di anni.


'a Max, ma un finalino diverso?
chissà se un tuo antenato, vissuto nel '300, ha scritto: "La Divina Commedia si legge piacevolmente, e senza essere un capolavoro..................."



Azz... dev'essere un bug del mio software di generazione randomica di recensioni...
... petta...
Vedi un po' se così va meglio?

Un libro piacevole che, anche senza essere un capolavoro, si legge con divertimento e che si ricorda anche dopo molti di anni dalla prima lettura.

Dovrei passare alla release 6.2, ma non trovo mai tempo
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Re:I Libri di Maxpullo 2010
« Rispondi #173 data: 18 Giugno 2010, 20:40:48 »
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Citazione da: maxpullo il 18 Giugno 2010, 18:07:52

Vedi un po' se così va meglio?

Un libro piacevole che, anche senza essere un capolavoro, si legge con divertimento e che si ricorda anche dopo molti di anni dalla prima lettura.


mmmmmmmbeh però il concetto rimane fondamentalmente lo stesso. possibile che il Multiverso sia composto esclusivamente da un'Infinità di Libri che si Ricordano volentieri a Distanza di Anni anche se non sono Capolavori?
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« Rispondi #174 data: 18 Giugno 2010, 23:17:55 »
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Citazione da: dhr il 18 Giugno 2010, 20:40:48


mmmmmmmbeh però il concetto rimane fondamentalmente lo stesso. possibile che il Multiverso sia composto esclusivamente da un'Infinità di Libri che si Ricordano volentieri a Distanza di Anni anche se non sono Capolavori?



Beh, proprio una infinità non direi... tantissimi (anche letti di recente) li ho dimenticati del tutto...
Anzi, uno dei motivi principali per cui scrivo questa rubrica è proprio quello della "memoria" intesa sia come "ricordo" che come "tenere traccia"...
Provo a spiegarmi meglio: un aspetto di questa memoria è il ricordo dei libri che ho letto prima di diventare UManiaco, un ricordo che però spessissimo si accompagna ad una doverosa "rilettura" del testo (come nel caso degli Hoka), perchè un conto è ricordarsi che una cosa ti è piaciuta, un conto è ricordarsi il perchè e le impressioni che il libro ti ha trasmesso leggendolo... l'altro aspetto riguarda invece il non voler più dimenticare: affidando queste mie recensioni al web (ed agli e-book) fa si che tra qualche anno, quando i neuroni saranno meno di quanti sono ora e le sinapsi saranno ancora più atrofizzate, io mi ricordi non solo quale libro mi era piaciuto e quale no, ma anche il perchè... e se poi questo commento è accompagnato da ricordi e circostanze che hanno accompagnato la lettura (o le letture) allora diventa quasi un "diario di vita", la vita di un UManiaco naturalmente.
Se ti rileggi un po' di recensioni a campione, ti accorgerai che non sempre concludo con quella frase, ma la riservo solo a determinati libri che sono proprio quelli che per certi versi hanno "segnato" il mio percorso fantascientifico e che per un verso o per l'altro non ho dimenticato.
Rileggendoli magari mi accorgo che non erano capolavori, perchè le esperienze di lettura più recenti hanno modificato i miei "parametri di Capolavoro" o perchè semplicemente i gusti sono cambiati, ed allora questi diventano libri che "pur non essendo capolavori vengono ricordati volentieri" (o qualcosa di simile). Non è superficialità o automaticità, ma l'unico modo per esprimere le mie sensazioni di fronte ad un libro che mi ricordavo di aver letto e che mi era piaciuto, che ho riletto e che pur non parendomi più così bello come una volta, tuttavia mi piace ancora e continuerò quindi a ricordarlo...
Chiaro?  

E poi (se mi passi il gioco di parole un po' perverso) non parlerei di "Multiverso", ma di "Maxpulloverso" che per tanti versi è diverso dal "dhrverso"...
« Ultima modifica: 18 Giugno 2010, 23:19:04 di maxpullo » Loggato
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« Rispondi #175 data: 19 Giugno 2010, 07:26:10 »
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Citazione da: maxpullo il 18 Giugno 2010, 23:17:55

E poi (se mi passi il gioco di parole un po' perverso) non parlerei di "Multiverso", ma di "Maxpulloverso" che per tanti versi è diverso dal "dhrverso"...


questa è da antologia!

.................... come dico sempre
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« Rispondi #176 data: 24 Giugno 2010, 18:06:09 »
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Licantropi: un classico moderno

Riconosco che, nonostante gli spunti felici che possono derivare da contaminazioni fantascientifiche, è veramente difficile riuscire a scrivere qualcosa di nuovo sui lupi mannari: in questa scheda multipla, negli anni passati, ho già citato il felicissimo romanzo di Simak "L'ospite del senatore Horton" ed il tenebroso "Il figlio della notte" di Jack Williamson che, proprio da questa contaminazione traggono l'ispirazione per ridisegnare in modo originale il mito del licantropo, ma, se si rimane ancorati ai clichè della maledizione millenaria e della belva assetata di sangue, ben difficilmente si riuscirà a leggere qualcosa di nuovo.
Bisogna quindi dare atto allo scomparso Nicholas Pekearo, di essere riuscito in una impresa a dir poco "epica", perchè egli, con il suo "Lupo nelle tenebre", Urania Epix 15, è riuscito a dare un senso completamente nuovo alla figura del lupo mannaro, senza assolutamente uscire dai canoni caratteristici delle storie horror e soprattutto senza assolutamente ricorrere ad elementi propri della fantascienza.

    In questo romanzo Pekearo rispolvera gran parte dei clichè classici delle storie sui licantropi come la maledizione che passa da una generazione all'altra, il lupo che si impossessa dei ricordi delle sue vittime, l'influsso della luna piena ed il dolore della trasformazione.
Bisogna, tuttavia, ammettere che l'autore non solo riesce ad umanizzare moltissimo il suo personaggio, ma anche a dare un senso del tutto nuovo alla vicenda, reinventando gran parte del classico rapporto tra l'uomo ed il lupo che alberga in lui. Il protagonista, infatti, pur sopraffatto dalla maledizione che lo trasforma in un mostro assetato di sangue è ancora in grado di discernere il bene dal male e di "indirizzare" le azioni del suo bestiale alter-ego contro individui ben precisi.
Molto interessante e originale poi risulta il "dialogo" che sembra instaurarsi tra l'uomo e la bestia: un dialogo fatto di ricordi del lupo che improvvisamente affiorano nella coscienza dell'uomo e di tracce lasciate in bella posta dall'uomo prima della trasformazione perchè la belva le trovi e sappia quale sia il suo dovere.
Gli unici difetti che ho riscontrato stanno nell'eccessiva lunghezza del romanzo e nel linguaggio piuttosto "colorito" che traspare dai dialoghi anche se bisogna osservare che quest'ultimo è forse necessario per far comprendere appieno lo status e la psicologia dei personaggi.

Sicuramente un buon romanzo che aggiunge qualche tassello importante alla figura del licantropo e ne propone una chiave di lettura interessante ed originale.
Un perfetto esempio di come riuscire a rinnovare pur rimanendo nel sentiero della tradizione ed a scrivere un libro moderno che sarà un classico.
« Ultima modifica: 28 Giugno 2010, 19:21:39 di maxpullo » Loggato
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« Rispondi #177 data: 29 Giugno 2010, 12:21:27 »
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Sulle tracce del "poeta delle stelle" - prima parte

In una recente scheda ho presentato due numeri che la collana Galassia dedicò a Robert Franklyn Young, da me definito "il poeta delle stelle" per la sua capacità di creare storie che sembrano vie di mezzo tra favola e poesia.
In quella stessa scheda ho osservato come Urania, differentemente da Galassia, non abbia mai riconosciuto in modo chiaro il valore di questo grande autore e, sebbene i suoi curatori abbiano presentato nell'arco di tempo dal 1962 al 1988 gran parte della sua produzione di racconti, non lo hanno tuttavia mai fatto in maniera organica, dedicandogli una antologia.
Per ovviare a questa "mancanza", in questa scheda un po' speciale mi improvviserò "curatore" e vi proporrò una recensione di tutti i racconti di Young apparsi su Urania in ordine cronologico, immaginando come avrebbe potuto essere quell'ipotetico volume che non ha mai visto le stampe.
Poichè le copertine da presentare sarebbero troppe, mi limiterò alle tre più siginificative.

    
                  
Il numero 280 della collana è il primo in cui compare un racconto di Young   Il numero 416, è l'unico della collana la cui copertina è dedicata al racconto di Young, il bellissimo "Le rovine di Marte"   Il numero 1074 è l'ultimo Urania della collana in cui compare un racconto di Young

La prima comparsa di Robert Franklyn Young sulle pagine di Urania avviene nel 1962. In appendice al numero 280, "La città sostituita" di Philip Kindred Dick, infatti, compare il racconto "Il polline". Si tratta di una divertente storiella di "fantascienza marziana" in cui l'autore, ironizzando sugli stereotipi della FS d'avventura dell'epoca, immagina una storia scritta da Marziani ed ambientata sulla Terra.
La comparsa successiva di Young è ancora in appendice e precisamente nel volume 395 della collana, la raccolta "Partenza Domenica ed altri racconti". Il racconto presentato "Rumpelstiltskinski" è una rielaborazione completamente rovesciata della celebre fiaba di Tremotino dei fratelli Grimm. Nel racconto non solo si invertono i valori attribuiti a paglia ed oro dal senso comune, ma lo stesso finale immagina una conclusione assolutamente drammatica e imprevedibile, del tutto contraria a quella delal celebre fiaba.
Ma se le prime due comparse di Young nella rivista, appaiono più degli esercizi di fantasia e di stile che non dei racconti veri e propri e meritano menzione solo in un'ottica di completezza di questa ipotetica raccolta, lo stesso non può dirsi per la sua terza comparsa, con il racconto "Le rovine di Marte", nell'omonimo numero 416 della collana. Il racconto inizia come una delicata poesia di rievocazione e nostalgia dei bei tempi andati, ma poi, quando il paragone tra presente e passato appare irrimediabilmente a favore di quest'ultimo, accade qualcosa di assolutamente inatteso. Ed è da questo repentino mutamento che ci si accorge che non sempre è corretto disprezzare quel che si ha e desiderare quello che si immagina migliore ma non lo è. Questo racconto, di fatto, è il primo esempio di una delle principali caratteristiche narrative di Young: la sua capacità di "portare a spasso" il proprio lettore, presentandogli una storia che appare scontata e priva di mordente, per poi rovesciare tutto proprio nelle pagine finali. Il racconto merita poi una menzione anche per il fatto di essere l'unico di tutta la sua produzione, ad avere ispirato una copertina della rivista ed è per questo che, in questa ipotetica ricostruzione dell'antologia mai stampata, sceglierei senza dubbio la bellissima immagine con cui Thole ha saputo rappresentare il paradiso bucolico perduto immaginato da Young.
Ma è solo con la storia successiva "Stazione di ricarica", apparsa in appendice all'Urania 421, "Vortice di relitti", che prendiamo finalmente visione della vera forza di Young, che è quella di saper dare corpo al mondo della fantasia, reinventando in chiave fantascientifica, storie meravigliose e favole d'altri tempi. Il racconto è una rielaborazione in chiave fantascientifica di una celebre fiaba dei fratelli Grimm, che ci presenta un viaggiatore temporale alle prese con uno strano mistero che sarà sciolto solo nelle ultimissime righe. Ed è proprio nel finale che si riesce ad apprezzare appieno la geniale intuizione dell'autore, comprendendo anche il titolo della fiaba che egli ha inteso narrarci. Un capolavoro assoluto che pochi altri racconti sono riusciti ad eguagliare.
Nell'Urania 438, "Il futuro alla gola", Young ritrova il suo posto al'interno dell'antologia principale, con il racconto "Il radiatore sacro". Si tratta di una favola moderna e affascinante che ha per protagonista una automobile senziente pronta all'estremo sacrificio per il bene della propria specie. Personalmente ci ho trovato diverse assonanze evangeliche e qualche interessante riflessione sul libero arbitrio, ma nulla di più.
Un altro racconto di Young è, poi, quello selezionato da Fruttero & Lucentini in conclusione dell'antologia "Per il rotto della mente", Urania 447. Si tratta de "L'ultimo eroe", un racconto che, per tema, ricorda molto "Regola per sopravvivere" di Matheson. Purtroppo, tuttavia, Young, differentemente da Matheson, dopo aver costruito una trama perfetta e affascinante, rovina tutto commettendo l'errore di spiegare, proprio nelle ultime righe, quello che era ovvio da quanto già scritto: un po' come se uno dopo aver raccontato una barzelletta divertente si metta a spiegarla mentre tutti stanno ancora ridendo.

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« Ultima modifica: 29 Giugno 2010, 13:38:48 di maxpullo » Loggato
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Re:I Libri di Maxpullo 2010
« Rispondi #178 data: 07 Luglio 2010, 22:40:22 »
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Sulle tracce del "Poeta delle stelle" - seconda parte

Le successive apparizioni di Young nella collana, avvengono con i due racconti che me lo hanno reso caro e che ho già recensito parlando delle antologie che li ospitavano

         E se il racconto "L'auto addosso", apparso su Urania 455, "Storie di fantamore" è solo un raccontino simpatico e carino che immagina un futuro in cui le persone saranno sempre più meccanizzate e finiranno per portarsi dietro le loro automobili a mo' di vestito, lo struggente "Il figlio stella", pubblicato come secondo racconto dell'Urania 520, "Margherite per Dorothy", me lo ha definitivamente segnalato come un autore sopra le righe e mi ha invogliato ad effettuare questa "ricerca" della sua produzione.
"Il figlio stella", tuttavia, è un racconto importante non solo per il fatto che è un capolavoro, ma anche perchè introduce quella nota di tristezza e malinconia che da questo racconto in poi sarà una delle note caratteristiche di quasi tutta la produzione di Young.
E' importante, infatti, osservare come, proprio a partire da questo racconto, le sue apparizioni saranno sempre caratterizzate da una sorta di amarezza di fondo e quasi sempre tutti i suoi personaggi ed eroi, finiranno per vivere disavventure, sempre affascinanti e fantasiose, ma non prive di una certa dose di crudeltà.

E dopo oltre 100 numeri, con l'Urania 637, in appendice a "I coloni di Morrow", Young fa nuovamente capolino nella collana con il racconto simil-hard "La gigantessa". In questo racconto Young si improvvisa cantastorie e lo fa benissimo, narrandoci abilmente una vicenda che non avrebbe affatto stonato nell'antologia "Fantasex". Il difficile argomento della perversione sessuale di un masochista mandato ad uccidere una gigantessa bellissima e crudele stride per contrasto con la dolcezza della prosa dell'autore; ma è proprio da questa apparente dissonanza che nasce la poesia che rende il racconto un vero capolavoro, di quelli che non si dimenticano.
Nel racconto successivo, "Settimo cielo", apparso in appendice all'Urania 660, "Cosa nostra che sei nei cieli", Young sembra giocare scherzosamente con il concetto di "angelo caduto". Egli ci racconta, infatti, una storia davvero fuori dal comune ambientata su stazioni orbitali dal nome leggermente blasfemo e che ha per argomento il giudizio universale; alla fine risulta un racconto buono anche se un po' confuso.
Il 1975 è l'anno in cui Robert Young riconquista finalmente la ribalta in una raccolta di racconti Urania. Nel numero 676 della collana, l'antologia "Pistolero fuori tempo", nell'elenco dei racconti presentati compare, infatti, il suo "Il fattore X", un discreto racconto che, partendo dalla scoperta di un misterioso fattore in grado di dare carica pressochè eterna alle batterie, si rivela alla fine essere una storia pseudo-horror sulla stregoneria e sul voodoo. Inquietante il finale, in cui i malvagi verranno puniti in modo davvero sorprendente per la loro colpa.
Ne "Il curioso caso di Henry Dickens", apparso in appendice alla stupenda antologia di Russell "I topi meccanici", Urania 704, Young torna a giocare con i cieli e con gli "angeli caduti", come già fatto in precedenza con il racconto "Settimo cielo". Molto ben scritto ed inquietante, il racconto rimane impresso anche perchè scritto in forma di inchiesta, con tanto di testimonianze e deposizioni che rendono la narrazione efficace ed indimenticabile.
Ma è solo con il racconto successivo "PRNDL", pubblicato nell'antologia "Il punto nero", Urania 758, che Young ci regala un nuovo inquietante capolavoro, dando un nuovo senso alla parola "indimenticabile". Lontanamente imparentato con la "Silvia" di Yarbro e con l'Enoch di Robert Bloch (nonchè con l'IT di tal Stephen King), questo suo PRNDL è un alieno malvagio che si nutre della sofferenza altrui e spinge lo sventurato protagonista a compiere per lui azioni riprovevoli. Ma in questa storia il protagonista riesce scaltramente a liberarsi dalla schiavitù ed a rendere la pariglia al malvagio... ma è proprio nelle ultimissime righe che Young da un nuovo senso alla vicenda: con un improvviso repentino cambio di registro, infatti, i valori della storia si rovesciano e quella che poteva essere una idillica storia d'amore con il cavaliere coraggioso che salva la sua bella si trasforma improvvisamente in un capolavoro del thriller. Un racconto amarissimo e sconvolgente, assolutamente da leggere che, a mio avviso, è anche una delle cose migliori della sua produzione.

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Re:I Libri di Maxpullo 2010
« Rispondi #179 data: 13 Luglio 2010, 23:07:39 »
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Sulle tracce del "poeta delle stelle" - terza parte

Negli anni successivi la presenza di Robert Young sulle pagine di Urania si dirada ulteriormente e le sue storie compaiono quasi esclusivamente in appendice ai volumi. E' interessante comunque osservare come, nonostante il trascorrere degli anni, Young mantenga sempre la capacità di stupire e di creare trame che a prima vista appaiono surreali mentre in fondo contengono un messaggio, spesso drammatico.
In appendice all'Urania 774, "Tre millimetri al giorno", compare la storia "Rotaie", sconcertante racconto ambientato in una curiosa e insolita linea ferroviaria in cui tutti i giorni sono identici e non cambia mai nulla. In apparenza il racconto sembrerebbe una sorta di satira alla monotonia del vivere quotidiano anche se alcune frasi sembrano voler insinuare che la realtà rappresentata corrisponda al gioco di un essere superiore.

   Ma se "Rotaie" non è una delle storie migliori di Young, la successiva apparizione, in appendice all'Urania 777, "Il giorno del cosmo", è di quelle che non si dimenticano.
La sua "Anguilla stellare", infatti, è una insolita e affascinante favola che vede come protagoniste delle curiose creature spaziali biomeccaniche. La balena spaziale e l'anguilla stellare nate dalla fantasia di Young, pur nel breve spazio loro concesso dal racconto, ingaggiano una memorabile battaglia per la sopravvivenza e si inseriscono di diritto nel novero delle creature spaziali più affascinanti di tutti i tempi.
Quello che colpisce di più di questa storia e che la rende memorabile è la trascrizione del linguaggio "visivo" che Young inventa per tradurre in immagini i pensieri con cui la balena comunica con i suoi amici. Questo semplice espediente grafico permette di vivere la vicenda con una intensità ed una partecipazione assolutamente straordinarie e di immedesimarsi in modo quasi perfetto nel dramma vissuto dai personaggi.
Nell'Urania 785, "Fuga nei mondi accanto", in appendice al volume, appare invece il racconto "Giù per la scala" che non sarebbe nulla di speciale, se non fosse che in questa storia lo stile di Young si avvicina molto a quello di Stephen King. Questo racconto delle gesta di un crudele protagonista che alla fine viene impietosamente punito per le sue malefatte attraverso una sorta di terribile contrappasso potrebbe benissimo esser messa dentro una delle raccolte "Cose preziose" o "A volte ritornano" e nessuno se ne accorgerebbe.

Con l'Urania 793, "Vulcano 3", Young ritorna in appendice con il racconto "Progetto edilizio" che sembra quasi una rielaborazione fantascientifica della storia della Torre di Babele. E' una favola strana e inquietante sul difficile rapporto tra l'uomo e il divino ma si fatica a comprendere quale fosse il reale messaggio dell'autore e, pur non essendo una delle sue storie migliori, si può apprezzare soprattutto per l'atmosfera irreale e di sospensione che Young riesce a creare.
Tutto il fascino della fiaba e del "sense of wonder" che caratterizza quasi tutta la produzione di Young, ritorna invece intatto nel racconto "La prima spedizione su Marte", pubblicato in appendice all'Urania 806, "Il perfido cyborg". Leggendolo sembra quasi che l'autore si chieda se la fantasia a volte può superare la realtà e se Marte sia davvero un pianeta morto come ci indicano le sonde spaziali oppure un pianeta ricco di vita come invece immagina la fantascienza. La risposta ad entrambi questi due quesiti viene data dall'autore nell'affascinante e poetica storia di tre ragazzini che sognano lo spazio ed immaginano incredibili avventure nel loro razzo giocattolo. Il finale del racconto, come al solito, bello e toccante non riuscirà, tuttavia, a sciogliere completamente il dualismo tra realtà ed immaginazione, lasciando tutto piacevolmente in sospeso.
L'ultima comparsa di Robert Young tra gli autori di una antologia Urania avviene il 23 Dicembre 1979, nella raccolta "44 microstorie di fantascienza", con la storia "Tom l'indiscreto": simpatico e brevissimo racconto sui viaggi nel tempo e sulle infinite possibilità di divertimento che questi possono offrire ad una mente scherzosa, anche se non sempre le cose vanno come si vorrebbe.

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