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Home Forum | La Fantascienza e gli altri generi... | Altra SF | Discussione: per chi ha "Alba del Domani" - Editrice Nord «prec succ»
Pagine: [1] Rispondi
  Autore  Discussione: per chi ha "Alba del Domani" - Editrice Nord  (letto 697 volte)
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per chi ha "Alba del Domani" - Editrice Nord
« data: 12 Gennaio 2010, 20:53:29 »
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Ciao borse d'acqua,
ho da poco acquistato il libro ALBA DEL DOMANI e ho riscontrato che da pagina 180 in poi ci sono 16 pagine bianche
(e quindi due storie sono impossibili da leggere :-()

precisamente le pagine "vuote" sono queste:
180-181
184-185
188-189
192-193
196-197
200-201
204-205
208-209


è solo un difetto del mio esamplare o sono stati stampati tutti cosi' ?
« Ultima modifica: 12 Gennaio 2010, 20:54:07 di AzeveL » Loggato
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Re:per chi ha "Alba del Domani" - Editrice Nord
« Rispondi #1 data: 18 Gennaio 2010, 23:46:37 »
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possibile che nessun utente del forum ha questo libro?

comunque,per chi come me,ha la versione difettosa queste sono le pagine mancanti:

180-181
[CODE]
bandonate lungo i fianchi. Il pubblico continuava ad affluire e gli spalti si andavano riempiendo.
Un ruggito si levò dalla folla. Lo riconobbero. Era il grido che chiedeva sangue, esprimeva il desiderio di assistere a una battaglia.
Harl sogghignò. — Il tipico pubblico del calcio — commentò.
Continuava ad arrivare altra gente, ma era chiaro che gli abitanti della città in rovina potevano riempire solo una parte piccolissima di quelle decine di migliaia di posti.
Idue sembravano perduti in quello spazio enorme. In alto, quasi allo zenith, stava il grande sole rosso. Avevano l'impressione di muoversi in un deserto invaso dal crepuscolo, orlato di enormi scogliere bianche.
— Denver doveva essere una città molto grande quando fu costruito questo stadio — commentò Bill. — Pensa a quanta gente poteva contenere. Chissà a che cosa serviva?
— Probabilmente non lo sapremo mai — disse Harl.
Erano arrivati circa al centro dell'arena.
Harl si fermò. — Sai una cosa? — disse. — Stavo pensando. Mi pare che abbiamo buone possibilità contro Golan-Kirt. In questo ultimo quarto d'ora tutti i nostri pensieri sono stati un'aperta sfida, ma non ha ancora tentato di annientarci. Comunque, è possibile che stia solo prendendo tempo. Comincio a credere che non possa leggere le nostre menti come leggeva quella del vec­chio. L'ha ucciso nello stesso istante in cui il vecchio lo ha tradito.
Bill annuì.
Quasi in risposta alle parole di Harl, un grande peso parve calare su di loro. Bill si sentì invadere da un malessere mortale. Le ginocchia gli si piega­rono, la sua mente turbinò. Mille chiazze danzarono davanti ai suoi occhi, e un dolore orribile gli afferrò lo stomaco.
Mosse un altro passo e inciampò. Una mano gli strinse la spalla, lo scrollò rabbiosamente. La scossa gli schiarì per un attimo il cervello. Tra la nebbia che sembrava aleggiare davanti ai suoi occhi, scorse la faccia dell'ami­co, una faccia pallida e contratta.
Le labbra di quel viso si mossero: — Forza, vecchio mio. Non hai assolu­tamente niente. Stai benone.
Qualcosa sembrò spezzarsi nella testa di Bill. Quella era suggestione... la suggestione di Golan-Kirt. Doveva combatterla. Ecco tutto... combatterla.
Piantò saldamente i piedi nella sabbia, raddrizzò le spalle con uno sforzo e sorrise.
— Diavolo, no — disse. — Non ho proprio niente. Sto benone.
Harl gli diede una manata sulla schiena. — Così va bene — ruggì. — Per poco non ha steso anche me. Dobbiamo lottare, ragazzo mio. Dobbiamo lot­tare.
Bill rise, rauco. Adesso aveva la mente sgombra e sentiva la forza riafflui­re nel suo corpo. Avevano vinto la prima ripresa.
— Ma dov'è questo Golan-Kirt? — sbottò.
— È invisibile — ringhiò Harl. — Ma sono convinto che non possa tirar fuori i suoi trucchi migliori, in quello stato. Lo costringeremo a mostrarsi, e allora organizzeremo i fuochi d'artificio.
Giunse alle loro orecchie il ruggito frenetico della folla. Gli spettatori, dagli spalti, avevano visto e apprezzato il piccolo dramma al centro dell'are­na, e adesso chiedevano qualcosa d'altro.
All'improvviso un crepitio sprezzante proruppe alle spalle dei due.
Spalancarono gli occhi. Conoscevano bene quel suono. Era il crepitare di una mitragliatrice. Senza cerimonie si buttarono a terra, appiattendosi, cer­cando di nascondersi nella sabbia.
Piccoli sbuffi di polvere scaturirono tutto intorno a loro. Bill sentì un dolore bruciante a un braccio. Una delle pallottole lo aveva colpito. Era la fine. Non c'era niente che potesse ripararli in quell'ampia distesa piatta, con­tro la mitragliatrice che crepitava ridendo dietro di loro. Un altro dolore bru­ciante gli trafisse una gamba. Un'altra pallottola.
Poi rise... una risata frenetica. Non c'era nessuna mitragliatrice, nessun proiettile. Era tutta suggestione. Un trucco per far credere loro che venivano uccisi: un trucco che, se fosse continuato abbastanza a lungo, li avrebbe ucci­si davvero.
Si sollevò in ginocchio, afferrando Harl per farlo rialzare. La gamba e il braccio dolevano ancora, ma egli non vi badò. Non erano stati colpiti, si dis­se rabbiosamente, non avevano niente di niente.
— È un'altra suggestione — urlò a Harl. — Non c'è nessuna mitragliatri­ce.
Harl annui. Si rialzarono e si voltarono. Là, a un centinaio di metri da loro, una figura in divisa cachi stava acquattata dietro a una mitragliatrice che crepitava rabbiosa, la canna lambita da una fiamma rossa.
— Quella non è una mitragliatrice — disse Bill, lentamente.
— Sicuro, non è una mitragliatrice — ripeté Harl.
Avanzarono a passo lento verso l'arma fiammeggiante. Sebbene i proietti­li sembrassero fischiare tutto intorno a loro, nessuno li colpì. Il dolore al braccio e alla gamba di Bill era scomparso.
All'improvviso la mitragliatrice sparì, insieme alla figura in divisa cachi. Un attimo prima erano lì, ma adesso non c'erano più.
— L'immaginavo — disse Bill.
— Però quello va ancora forte — rispose Harl. — Ecco là un'altra delle sue suggestioni.
  
Harl stava indicando una delle arcate. Stavano entrando a passo di mar­cia file e file di soldati in uniforme color cachi, gli elmetti metallici sulla testa, i fucili in spalla. Un ufficiale gridò un secco comando e le truppe co­minciarono a spiegarsi sull'arena.
Un acuto squillo di buccina distolse dai soldati l'attenzione dei due viag­giatori nel tempo, e attraverso un'altra arcata videro avanzare una coorte di legionari romani. Gli scudi balenavano cupamente nel sole, e si sentiva nitida­mente lo sferragliare delle armi.
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184-185
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C'era un aperto tono di beffa, nelle emanazioni del cervello.
Harl alzò la voce, quasi urlando. Era un gesto voluto, nella speranza che gli uomini del futuro udissero, si rendessero conto finalmente della vera natu­ra del tirannico Golan-Kirt. E gli uomini del futuro udirono, spalancando la bocca per lo sbalordimento.
— Tu, un tempo, eri un uomo — ruggì Harl. — Un grande scienziato. Ti eri specializzato nello studio del cervello. Alla fine scopristi un grande segre­to, che ti diede la possibilità di sviluppare il tuo cervello in misura inaudita. Sicuro della tua tecnica, rendendoti conto del potere che avresti potuto con­quistare, trasformasti te stesso in un essere tutto cervello. Sei un impostore e un mentitore. Hai malgovernato questa gente per milioni di anni. Tu non sei venuto dal Cosmo... sei un uomo, o ciò che un tempo era un uomo. Sei un'atrocità, un'abominazione...
Le emanazioni di pensiero che fluivano dal cervello fremevano di furore: — Tu menti. Io sono venuto dal Cosmo. Io sono immortale. Vi ucciderò... vi ucciderò.
All'improvviso Bill rise, una sghignazzata sonante. Era una fuga dalla ten­sione terribile: ma mentre rideva si rese conto del ridicolo della situazione: due viaggiatori del ventesimo secolo, milioni d'anni più avanti del loro tem­po, impegnati a lottare con un impostore che si era imposto come dio a un popolo che non poteva essere nato se non molto tempo dopo la sua morte.
Sentì il potere orribile di Golan-Kirt centrarsi su di lui. Il sudore gli inondò il volto, il suo corpo tremò. Sentì che le forze lo abbandonavano.
Smise di ridere. In quell'istante, ebbe l'impressione di venire colpito. Barcollò. Poi. fulmineamente, comprese. Il riso. Il riso e il ridicolo! Quello era il sistema.
— Ridi, stupido, ridi — urlò a Harl.
Senza capire. Harl obbedì.
Idue risero, freneticamente. Risa ululanti, ruggenti.
Quasi senza sapere ciò che faceva, quasi involontariamente, Bill urlò cose orribili al grande cervello, lo insultò, lo provocò, lo chiamò con epiteti inno­minabili.
Harl cominciò a capire. Bill stava giocando una partita grandiosa. Un egoismo supremo come quello del cervello che stava loro di fronte non pote­va sopportare il ridicolo, e avrebbe perso il controllo sotto una tempesta di sarcasmo. Per secoli innumerevoli, grazie al suo potere miracoloso, aveva con­tinuato a vivere, e per tutto quel tempo aveva solo ricevuto onori supremi. Non era abituato alla derisione, l'arma terribile scatenata all'improvviso con­tro di lui.
Harl imitò Bill, urlando frasi beffarde a Golan-Kirt. Era una fiera di sar­casmo. Non erano neppure consci delle loro parole. Le loro menti reagivano alla situazione d'emergenza, le loro lingue formavano frasi pungenti e impen­sabili.
E tra una frase e l'altra ridevano, ululando di gaiezza satanica.
Ma tra le risate sentivano il potere del cervello. Sentivano la sua collera crescere alle loro beffe.Iloro corpi erano straziati dal dolore, e avrebbero voluto lasciarsi cadere sulla sabbia e contorcersi per la sofferenza, ma conti­nuavano a ridere e a urlare insulti.
Pareva che lottassero con Golan-Kirt da un'eternità, senza smettere di sghignazzare mentre soffrivano torture inenarrabili dalla sommità del capo al­le piante dei piedi. E tuttavia non osavano interrompere quelle risa, non osa­vano smettere quell'orrenda derisione, scagliavano beffe contro l'immane in­telligenza che li fronteggiava. Era la loro unica arma. Senza quella, le onde travolgenti della suggestione che si riversavano con furia implacabile sopra di loro avrebbero spezzato ogni nervo dei loro corpi.
Sentivano la rabbia del grande cervello. Era letteralmente impazzito per il furore. Ci stavano arrivando! Con il ridicolo, gli stavano rubando la vita.
Inconsciamente, lasciarono che le loro risa si attenuassero. Piombarono nel silenzio, sfiniti.
Improvvisamente sentirono la forza terribile del cervello rinnovarsi, come se attingesse a una misteriosa riserva. Li colpì come un maglio, facendoli pie­gare in due, annebbiando i loro occhi, abnubilando le loro menti, straziando ogni nervo e ogni giuntura.
Ferri roventi parevano trapassarli, centinaia di aghi parevano affondare nelle loro carni, coltelli affilati sembravano straziare i loro corpi. Barcollava­no ciecamente, brancolando, mormorando maledizioni, gridando di dolore.
Nella nebbia rossa della tortura giunse un bisbiglio, un mormorio som­messo e incantatore, ammiccante, che mostrava loro una via d'uscita.
— Volgete le armi contro voi stessi. Ponete fine a tutte le torture. La morte è indolore.
Il mormorio fluttuò nei loro cervelli. Quella era la via d'uscita! Perché subire quella tortura interminabile? La morte era indolore. La canna contro la tempia, una pressione sul grilletto, l'oblio.
Bill si puntò la pistola alla tempia. L'indice si contrasse sul grilletto. Ri­se. Che bello scherzo. Uno scherzo splendido. Derubare Golan-Kirt!
Un'altra voce si insinuò nella sua risata. Era Harl.
— Sciocco! È Golan-Kirt! È Golan-Kirt, stupido!
Vide il suo amico che si avvicinava barcollando, con il volto contratto dalla sofferenza, vide il movimento delle labbra livide che gli gridavano il mo­nito.
Bill lasciò ricadere il braccio lungo il fianco. Sebbene continuasse con quella risata insana, si sentiva invadere dall'angoscia. L'orrendo cervello aveva giocato la sua carta migliore e non l'aveva spuntata, ma era mancato poco che lo finisse. Se non fosse stato per l'intervento di Harl, ora egli sarebbe stato lì, disteso sulla sabbia, con la testa squarciata.
Poi all'improvviso sentirono il potere del cervello allentarsi, la sua forza attenuarsi e defluire. L'avevano battuto!
Sentirono lo sforzo gigantesco del cervello, la lotta per riconquistare la presa perduta.
Per anni infiniti era vissuto senza lotta, senza che nessuno contestasse il
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188-189
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La folla proruppe in un grido di saluto. Harl salì a bordo e chiuse il portello.
Imotori urlarono, soffocando le grida degli uomini del futuro, e l'aereo si lanciò avanti sulla sabbia. Si sollevò. Per tre volte Bill sorvolò la città in rovina in un ultimo saluto agli uomini che li guardavano dal basso, muti e angosciati.
Poi Harl abbassò la leva. Di nuovo l'oscurità assoluta, la sensazione di essere librati nel nulla.
Imotori, che giravano appena, mormorarono a quel cambiamento. Passò un minuto. Due minuti.
— Chi dice che non possiamo viaggiare a ritroso nel tempo? — gridò trionfante Harl. Indicò l'ago. Stava arretrando lentamente su! quadrante dell'indicatore.
— Forse il vecchio si sbagliava, quindi... — Bill non finì la frase. — Ri­torna nel tempo! — urlò a Harl. — Ritorna nel tempo! Uno dei motori si sta spegnendo!
Harl afferrò la leva, la mosse freneticamente. Il motore sfasato tossì, sputacchiò, poi proruppe in un rombo costante.
Nella cabina, i due uomini si guardarono, sbiancati in volto. Sapevano di essere sfuggiti alla morte per pochi secondi.
Erano di nuovo librati in aria. Rividero il sole rosso mattone, il deserto e il mare. Sotto di loro grandeggiavano le rovine di Denver.
— Non possiamo essere tornati indietro di molto nel tempo — disse Harl. — Mi sembra lo stesso panorama.
Volarono in cerchio sui ruderi.
— Dovremmo atterrare nel deserto per riparare il motore — suggerì Harl. — Ricorda che abbiamo viaggiato a ritroso nel tempo e Golan-Kirt regna an­cora. Non vorrei che fossimo costretti a ucciderlo una seconda volta. Forse stavolta non ci riusciremmo.
L'aereo stava volando a bassa quota: lo fece impennare. Il motore difet­toso sputacchiò di nuovo, riprese irregolarmente.
— Stavolta si ferma — urlò Bill. — Dobbiamo correre il rischio, Harl. Dobbiamo atterrare e sperare di cavarcela.
Harl annuì, torvo.
Davanti a loro stava la grande arena. C'era poco da scegliere: o atterrare là o schiantarsi.
Quando Bill fece scendere l'aereo, il motore guasto sputacchiò per l'ulti­ma volta e si spense.
Passarono sfrecciando al di sopra delle mura candide dell'anfiteatro e scese­ro nell'arena. L'aereo toccò la sabbia, avanzò correndo, rallentò e si fermò.
Harl aprì il portello.
— La nostra unica speranza è ripararlo in fretta e andarcene — gridò a Bill. — Se non vogliamo incontrare di nuovo quel maledetto cervello.
S'interruppe di colpo.
— Bill — disse in un sussurro. — Ho le allucinazioni?
Davanti a lui, sulla sabbia dell'arena, a pochi metri dall'aereo, c'era un monumento di proporzioni eroiche, che raffigurava lui e Bill.
Dal punto in cui si trovava poteva leggere l'iscrizione, incisa nel basa­mento di pietra candida in caratteri molto simili all'inglese scritto.
Lentamente, un po' a fatica, la lesse a voce alta, esitando di tanto in tanto di fronte a un carattere sconosciuto.
—Due uomini, Harl Swanson e Bill Kressman, vennero dal tempo per uccidere Golan-Kirt e liberare la nostra razza.
Poi, sotto, vide degli altri caratteri.
—Forse ritorneranno.
— Bill — singulto, — non abbiamo viaggiato a ritroso nel tempo. Abbia­mo continuato ad avanzare nel futuro. Guarda la pietra... è corrosa, sta per sgretolarsi, per andare a pezzi. Questo monumento è qui da migliaia di anni!
Bill si lasciò ricadere sul sediolo, cinereo in volto e con gli occhi sbarrati. — Il vecchio aveva ragione — gridò. — Aveva ragione. Non rivedremo mai più il ventesimo secolo.
Si sporse sulla macchina del tempo.
Il suo volto si contorse.
— Gli strumenti — urlò, — questi maledetti strumenti! Hanno sbagliato. Hanno mentito, mentito!
Li percosse con le mani nude, fracassandoli, senza far caso ai frammenti di vetro che gli tagliavano le mani, facevano sgorgare il sangue.
Il silenzio pesava sulla pianura. Non c'era assolutamente il minimo suono. Poi Bill ruppe quel silenzio.
— Gli uomini del futuro — gridò. — Dove sono gli uomini del futuro?
Poi rispose egli stesso alla sua domanda:
— Sono morti tutti — urlò. — Tutti morti. Morti di fame... di fame. perché non sono riusciti a fabbricare cibo sintetico. Siamo soli! Soli alla fine del mondo!
Harl era ritto accanto al portello dell'aereo.
Sopra l'orlo dell'anfiteatro l'enorme sole rosso era librato in un cielo senza nuvole. Un vento leggero smuoveva la sabbia alla base del monumento corroso.
  
* * *
  
Cliff Simak è oggi una figura di grandissimo rilievo nel mondo fanta­scientifico.Il mondo del sole rossofu il primo suo racconto pubblicato; ed era scritto in modo semplice e chiaro. Aveva anche un finale triste, e ricordo che a quel tempo mi fece molta impressione. Non potevo fare a meno di riconoscere la forza di un finale drammatico ed ironico. (Ce l'aveva anche L'uomo che si evolse.)
Simak fu un'eccezione tra gli autori di quei tempi, in quanto sopravvisse all'Avvento di Campbell. Quasi tutti gli altri autori non ce la fecero. (Fu un po' come l'avvento del cinema sonoro, che fu la rovina per moltissimi attori che avevano imparato il mestiere nel mondo del muto.)
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192-193
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TUMITHAK DEI CORRIDOI
Tumithak of the Corridors
di Charles R. Tanner
  
Premessa
  
Solo in questi ultimi anni l'archeologia è arrivata a un punto tale da con­sentirci di cominciare, finalmente, ad apprezzare i sorprendenti progressi scientifici realizzati dai nostri antenati prima della Grande Invasione. Gli sca­vi compiuti tra le rovine di Londra e di New York, in particolare, hanno contribuito ad arricchire la nostra conoscenza della vita di tali antenati. Co­noscevano il segreto del volo, e conoscevano la chimica e l'elettricità molto meglio di noi: questo è certo, e alcuni indizi ci inducono a pensare che ci superassero anche per quanto riguarda la medicina e alcune arti. Se prendia­mo la loro civiltà nel complesso, è dubbio che siamo riusciti a superarli nell'ambito della conoscenza in generale.
Fino al tempo dell'Invasione, sembra che le loro scoperte dei segreti del­la Natura venissero compiute costantemente in una progressione geometrica regolare, e abbiamo buone ragioni di credere che sia stato il popolo della Terra a risolvere per primo il problema del volo interplanetario.Imolti ro­manzi scritti su quell'epoca attestano l'interesse che noi moderni proviamo per quella che chiamiamo l'Età dell'Oro.
Ma questa vicenda non si occupa dei tempi dell'Invasione, né della vita quale era nella precedente Età dell'Oro. Narra invece la vita di un personag­gio semimitico e semistorico. Tumithak di Loor, il quale, ci dice la leggenda, fu il primo uomo che si ribellò ai feroci shelk. Sebbene manchino ancora innumerevoli particolari, le recenti indagini compiute nelle Fosse e nei Corri­doi hanno gettato una notevole luce su ciò che vi era di oscuro nella vita di questo eroe. Oggi abbiamo la certezza che egli è esistito e che ha davvero combattuto; ed è quasi altrettanto certo che non siano veri i miracoli a lui attribuiti dalla leggenda.
Per esempio, possiamo ritenere con certezza che egli non sia vissuto duecentocinquant'anni; che la sua forza prodigiosa e l'invulnerabilità ai raggi de­gli shelk siano soltanto mitiche, come lo sono senza dubbio anche le storie che gli attribuiscono la distruzione delle sei città.
Ma la nostra conoscenza della sua vita migliora via via che diminuisce la nostra fede nelle leggende, ed è venuto il tempo in cui possiamo afferrare vagamente, ma da un punto di vista più razionale, la verità sulle sue imprese. Perciò, in questo racconto, l'autore cerca di razionalizzare, di inquadrare ade­guatamente sul suo sfondo storico la prima parte della vita di un grande eroe che osò colpire arditamente nel nome dell'Umanità, ai tempi in cui le Belve di Venere tenevano in soggezione tutta la Terra...
  
Capitolo 1. Il ragazzo e il libro
  
Il corridoio lungo e buio si estendeva apparentemente senza fine. Era alto quattro metri e mezzo, largo altrettanto, e continuava a perdita d'oc­chio: le pareti marrone, vitree, non cambiavano mai. A intervalli, lungo la linea centrale del soffitto, c'erano grandi lampade accese, lastre piatte di fredda luminescenza bianca che da secoli splendevano senza bisogno di manu­tenzione. A intervalli altrettanto frequenti c'erano porte profondamente in­cassate, chiuse da rozzi drappi di tessuto simile alla tela di sacco, con le so­glie consunte dal passaggio di innumerevoli piedi per innumerevoli generazio­ni. La monotonia della scena si infrangeva soltanto là dove il corridoio si incrociava con un altro di eguale semplicità.
Il corridoio non era deserto. Qua e là, per tutta la sua lunghezza, si scor­gevano delle figure: uomini, quasi tutti con occhi azzurri e capelli rossi, vesti­ti di tuniche di rozza tela da sacco fermate alla vita da alte cinture a tasche, con fibbie enormi. Si vedevano anche alcune donne, che si distinguevano da­gli uomini perché avevano capelli e tuniche più lunghi. Tutti si muovevano con aria furtiva perché, sebbene fossero trascorsi molti anni dal Terrore, non era facile liberarsi delle abitudini di cento generazioni. E così il corridoio, i suoi frequentatori, i loro abiti e persino le loro abitudini contribuivano a ren­dere cupa e monotona la scena.
Dal basso, molto al di sotto del corridoio, saliva la pulsazione costante di una macchina gigantesca: una pulsazione che continuava incessantemente e faceva parte della vita di quelle persone, tanto che esse se ne accorgevano solo con qualche difficoltà. Eppure quel battito li assediava, penetrava nelle loro menti, e con il suo ritmo costante condizionava tutto ciò che esse face­vano.
Una parte del corridoio sembrava più popolata delle altre. Lì le lampade brillavano più fulgide, le stoffe che chiudevano i varchi erano più nuove e più pulite, e si vedeva più gente. Entravano e uscivano più furtivamente da quelle porte, simili a conigli impegnati in qualche grande impresa.
Da una di quelle porte uscirono un ragazzo e una ragazza. Sui quattordi­ci anni, erano eccezionalmente alti, e sembravano quasi adulti, sebbene la lo­ro immaturità apparisse evidente. Anch'essi, come i più anziani, avevano gli occhi azzurri e i capelli rossi, e una carnagione pallida, dovuta all'eterna man­canza di sole e alla continua esposizione ai raggi delle lampade dei corridoi. Avevano una certa aria svelta e ardita che induceva molti frequentatori dei corridoi ad aggrottare la fronte con fare di disapprovazione al loro passaggio.
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Re:per chi ha "Alba del Domani" - Editrice Nord
« Rispondi #2 data: 18 Gennaio 2010, 23:47:02 »
Cita

196-197
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per tanto tempo, li invitò con un cenno a sedersi sul pavimento accanto a lui, e aprendo il libro cominciò a leggere:
— Manoscritto di Davon Starros; scritto a Pitmouth, Sole 22, nell'anno 161 dell'Invasione, o secondo il vecchio computo, 3218 d.C.
Tumithak si interruppe.
— È davvero un libro molto antico — bisbigliò Nikadur in tono di sgo­mento, e l'altro annuì.
— Quasi duemila anni! — rispose. — Chissà cosa significa la data 3218 d.C!
Studiò il libro per un attimo, perplesso, poi riprese a leggere.
— Sono vecchio, ormai, e per uno come me, che ricorda il tempo in cui gli uomini osavano ancora combattere per la libertà, è una grande amarezza constatare che la nostra specie sia caduta tanto in basso.
«In questi giorni si sta affermando tra gli uomini una superstizione di­sperata, secondo la quale l'uomo non potrà mai vincere gli shelk, e quindi non dovrà mai cercare di combattere; ed è per lottare contro questa supersti­zione che l'autore si propone di scrivere la storia della conquista della Terra, nella speranza che, in un lontano futuro, venga un uomo coraggioso, disposto ad affrontare i vincitori dell'Umanità e a riprendere la lotta. Nella speranza che un giorno quest'uomo compaia e che conosca gli esseri con cui combat­te, io scrivo questa storia.
«Gli scienziati che parlano dei tempi anteriori all'Invasione ci informano che un tempo l'uomo era poco più di una bestia. Per migliaia di anni, egli si aprì gradualmente la strada verso la civiltà, imparando le arti del vivere, fino a quando conquistò tutto il mondo.
«Egli apprese il segreto della produzione del cibo partendo dagli elemen­ti stessi, imparò a imitare la luce vivificante del sole, e le sue grandi aeromo­bili sfrecciavano nell'atmosfera con la stessa facilità con cui le sue navi solca­vano i mari. Meravigliosi raggi disintegratori dissolvevano le montagne che gli sbarravano la strada, lunghi canali trasportavano l'acqua dall'oceano ai deserti inaccessibili, facendoli fiorire non meno delle regioni più fertili. Da un polo all'altro, le grandi città dell'uomo crescevano, e da un polo all'altro l'uomo regnava supremo.
«Da migliaia di anni gli uomini contendevano tra loro, e grandi guerre dilaniavano la terra; ma alla fine la loro civiltà giunse a un punto tale che le guerre cessarono. Nel mondo si instaurò una grande èra di pace, e l'uomo conquistò la terraferma e il mare, poi cominciò a volgere lo sguardo verso gli altri mondi che ruotavano intorno al sole, chiedendosi se fosse possibile con­quistare anche quelli.
«Trascorsero parecchi secoli prima che venisse acquisita la scienza indi­spensabile per tentare un viaggio nelle profondità dello spazio. Bisognava tro­vare un modo per evitare le innumerevoli meteore che intersecavano lo spa­zio tra i pianeti. Bisognava ideare un sistema d'isolamento efficace contro i mortali raggi cosmici. Sembrava che, non appena una difficoltà veniva supera­ta, subito se ne presentasse un'altra. Ma una dopo l'altra vennero tutte appianate e giunse finalmente il giorno in cui una possente astronave, lunga deci­ne e decine di metri, fu pronta per balzare nello spazio e per esplorare gli altri mondi.»
Tumithak interruppe di nuovo la lettura.
— Doveva essere un segreto meraviglioso — disse. — Leggo delle parole, ma non ne capisco il significato. C'è qualcuno che va da qualche parte, ma è più o meno tutto quello che riesco a comprendere. Debbo continuare?
— Sì, sì! — gridarono gli altri due; e Tumithak continuò:
— Il comandante era un uomo che si chiamava Henric Sudiven; e di tut­to il numeroso equipaggio, egli fu il solo che tornò al mondo degli uomini per raccontare le terribili avventure incontrate sul pianeta Venere, il mondo sul quale erano diretti.
«Il viaggio a Venere riuscì perfettamente, senza incidenti. Passarono set­timane e settimane, mentre la Stella della Sera, come la chiamavano gli uomi­ni, diventava sempre più fulgida e più grande. L'astronave funzionava magni­ficamente, e benché il viaggio fosse lungo per loro, che erano abituati ad attraversare un oceano in una sola notte, il tempo non pesava troppo. Venne il giorno in cui sorvolarono le pianure ondulate e le ampie valli di Venere, sotto il denso manto di nubi che nasconde eternamente la superficie di quel pianeta, e si stupirono nel vedere le grandi città e le opere della civiltà che si scorgevano dovunque.
«Dopo essere rimasti librati per qualche tempo sopra una grande città, atterrarono e furono accolti dalle strane creature intelligenti che dominavano Venere: gli stessi esseri che oggi conosciamo con il nome di shelk. Gli shelk li credettero semidei, e si mostrarono pronti ad adorarli; ma Sudiven e i suoi compagni, veri prodotti della cultura più nobile della Terra, non vollero men­tire; e quando ebbero appreso la lingua degli shelk. dissero loro sinceramente che cos'erano e da dove venivano.
«Lo sbalordimento degli shelk non ebbe limiti. Essi erano di gran lunga più esperti degli uomini nelle scienze meccaniche; la loro conoscenza dell'elettricità e della chimica non era inferiore; ma l'astronomia e le altre scienze affini erano per loro completamente sconosciute. Imprigionati sotto il baldac­chino di nubi eterne che nascondeva loro lo spazio esterno, essi non avevano mai pensato che esistessero altri mondi oltre a quello che conoscevano; e so­lo a fatica si convinsero della verità di ciò che diceva Sudiven.
«Tuttavia, quando gli shelk si convinsero, il loro atteggiamento cambiò in modo radicale. Non si mostrarono più deferenti e amichevoli. Sospettava­no che l'uomo fosse giunto tra loro soltanto per sottometterli; e decisero di batterlo al suo stesso gioco. Gli shelk hanno un carattere privo dei sentimenti più umani, e quindi non riuscivano a immaginare che degli esseri venuti da un altro mondo avessero come unico scopo una visita amichevole.
«Iterrestri finirono ben presto per trovarsi rinchiusi in una grande torre metallica, a molte miglia dalla loro astronave. Uno dei compagni di Sudiven aveva commesso la leggerezza di rivelare che l'astronave era l'unica costruita fino a quel momento sulla Terra; e gli shelk decisero di approfittarne e di dare immediatamente inizio alla conquista del nostro pianeta.
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ra fu combattuta davvero. In quale altro modo possiamo spiegare la vita che conduciamo? Non ci siamo chiesti spesso, e i nostri padri prima di noi, come fecero i nostri avi ad acquisire la scienza necessaria per costruire le grandi fosse e i corridoi? Sappiamo che i nostri antenati possedevano una grande sapienza: perché la persero?
«Oh, so bene che nessuna delle nostre leggende permette di pensare che gli uomini abbiano mai dominato la terra — continuò, notando l'espressione incredula negli occhi dei suoi compagni. — Ma c'è qualcosa... qualcosa in questo libro che mi dice che è vero. Pensa, Nikadur! Il libro fu scritto solo centosessant'anni dopo che i feroci shelk invasero la terra! L'autore doveva saperlo molto meglio di noi, che viviamo duemila anni più tardi. Nikadur, un tempo gli uomini combattevano gli shelk! — Si alzò, con gli occhi accesi del primo bagliore di quella luce di fanatismo che, negli anni successivi, lo avreb­be reso diverso dai suoi simili. —Un tempo gli uomini combattevano gli shelk ; e con l'aiuto dell'Altissimo lo faranno ancora! Nikadur! Thupra! Un giornoio combatterò uno shelk! — E spalancò le braccia. — Un giorno ioucciderò uno shelk!
«Ed è a questo che io voto la mia vita!»
Rimase ritto per un momento, con le braccia protese, e poi, quasi di­mentico della presenza degli altri, si lanciò lungo il corridoio e in un attimo svanì nell'oscurità. Per un momento i due lo seguirono con lo sguardo, sba­lorditi, e poi, tenendosi per mano, si avviarono lentamente dietro di lui. Sa­pevano che qualcosa aveva ispirato all'improvviso il loro amico, ma non sape­vano se si trattava di genio o di follia. E non l'avrebbero saputo con certezza per molti anni ancora.
  
Capitolo 2. Tre strani doni
  
Tumlook contemplava orgogliosamente suo figlio. Gli anni trascorsi da quando aveva scoperto lo strano manoscritto e si era fatto prendere da quella strana ossessione potevano avere forse rovinato la sua mente, come afferma­vano alcuni, ma certamente non il suo fisico. Tumithak era alto un metro e ottanta (una statura eccezionale, per un abitante dei corridoi) e sembrava costruito di muscoli d'acciaio. Ora che aveva vent'anni, nessuno si sarebbe rifiutato di acclamarlo tra i capi della città, se non ci fosse stata la sua assur­da mania. Perché Tumithak era deciso a uccidere uno shelk!
Da molto tempo, anzi da quando, a quattordici anni, aveva trovato il manoscritto, aveva orientato tutti i suoi studi verso quel fine. Aveva esamina­to le carte dei corridoi, carte vecchissime che non erano più state usate da secoli e che mostravano la strada per la Superficie: e si sapeva che era un'au­torità, per quanto riguardava tutti i passaggi segreti dei sotterranei. Aveva un'idea molto vaga di quel che doveva essere la Superficie: nelle storie della sua gente se ne diceva ben poco. Ma di una cosa era certo: alla Superficie avrebbe trovato gli shelk.
Aveva studiato le varie armi su cui potevano ancora contare gli uomini: la fionda, la spada e l'arco; ed era divenuto esperto nell'uso di tutte e tre. In ogni modo possibile, si era preparato per la grande impresa cui aveva deciso di dedicare la sua vita. Ovviamente, aveva incontrato l'opposizione di suo padre, anzi dell'intera tribù; ma con l'ostinazione monomaniaca che può ave­re soltanto un fanatico, aveva persistito nella sua idea; aveva deciso che, non appena maggiorenne, avrebbe detto addio alla sua gente e sarebbe partito per la Superficie.
Aveva pensato pochissimo a quello che avrebbe fatto quando fosse arri­vato lassù. Tutto sarebbe dipeso da ciò che vi avrebbe trovato. Ma di una cosa era sicuro: avrebbe ucciso uno shelk e ne avrebbe portato lì il corpo, per mostrare al suo popolo che gli uomini potevano ancora trionfare degli esseri che si credevano padroni dell'umanità.
E quel giorno diventava maggiorenne: quel giorno compiva i vent'anni, e Tumlook non poteva fare a meno di sentirsi segretamente orgoglioso di quel figlio eccezionale, benché avesse fatto quanto era in suo potere per distoglier­lo dal suo sogno impossibile. Adesso, nel giorno in cui Tumithak intendeva incominciare la sua assurda impresa, Tumlook doveva ammettere che, in fon­do in fondo, era sempre stato d'accordo con lui, e che era impaziente di vederlo entrare in azione.
— Tumithak — gli disse, — per anni ho cercato di dissuaderti del compi­to impossibile che ti sei scelto. Per anni tu mi hai contrastato e hai continua­to a credere nella possibilità di realizzare il tuo sogno. E ormai è venuto il giorno in cui stai per accingerti a concretarlo. Solo l'amore paterno mi aveva spinto a contrastare la tua ambizione e a cercare di trattenerti a Loor. Ma oggi, nel giorno in cui sei libero di fare ciò che vuoi, poiché sei ancora ben deciso a compiere il tuo tentativo incredibile, devi almeno lasciare che tuo padre ti aiuti come meglio può.
Si interruppe e appoggiò sul tavolo una cassetta di circa trenta centime­tri di lato. L'apri e ne trasse tre oggetti dall'aspetto bizzarro.
— Ecco — disse, in tono solenne, tre dei tesori più preziosi degli ali­mentaristi: congegni ideati dai nostri saggi avi. Questo — e prese un tubo cilindrico, del diametro di un paio di centimetri e lungo una trentina, — è una torcia, una torcia meravigliosa che ti darà luce nei corridoi bui, alla sem­plice pressione di questo pulsante. Abbi cura di non sprecarne l'energia, poiché non è uguale alla luce eterna che i nostri antenati incastonarono nei soffitti. È basata su di un principio diverso, e dopo un certo tempo l'energia si esaurisce.
Quindi Tumlook sollevò delicatamente il secondo oggetto.
— Anche questo ti sarà certo utile, anche se non è raro né meraviglioso come gli altri due. È una carica di esplosivo molto potente, del tipo che usiamo talvolta per chiudere un corridoio, o per estrarre gli elementi dai quali ricaviamo il cibo. Non si può sapere quando potrebbe tornarti utile, mentre sali verso la Superficie.
«E questo — disse, prendendo l'ultimo oggetto, simile a una minuscola
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dalle rocce il proprio combustibile e le gallette nutrienti ma insapori che co­stituivano il cibo della popolazione. La nostalgia lo aggredì con maggiore for­za, perché molte volte aveva visto suo padre azionare macchine come quelle, e il ricordo gli fece capire il valore di tutto ciò che egli stava abbandonando. Ma come tutti i geni ispirati dell'umanità, egli, in momenti come quelli, pro­vava la sensazione che una forza esterna si impadronisse di lui e lo costringes­se a proseguire.
Tumithak lasciò l'ultimo grande corridoio e svoltò in un passaggio tor­tuoso, non più largo di due metri. Non c'erano porte, ed era molto più ripi­do di quelli che aveva percorso sinora. Continuò per parecchie miglia e poi entrò in un passaggio più ampio, attraverso una porta che sembrava identica alle centinaia d'altre che costeggiavano quel nuovo corridoio. Sembravano porte di appartamenti, ma si trattava di alloggi abbandonati, perché in quella zona non c'era traccia di abitanti. Probabilmente quella galleria era stata ab­bandonata, chissà per quale ragione, molti anni prima.
Tuttavia questo, per Tumithak, non era affatto strano. Sapeva benissimo che quelle porte servivano soltanto a confondere coloro che cercavano di per­correre il labirinto, e continuò per la sua strada, senza badare ai molti corri­doi laterali, fino a quando non arrivò alla stanza che cercava.
In apparenza era un appartamento normale, ma Tumithak, quando fu entrato, si affrettò a portarsi sui fondo e cominciò a tastare con cura le pare­ti. In un angolo trovò ciò che cercava: una scala a grappe metalliche che portava in alto. Cominciò a salire con sicurezza nel buio; e con il passare dei minuti, il lieve barlume di luce che proveniva dal corridoio sottostante si fece sempre più fioco.
Finalmente arrivò in cima alla scala, e si trovò all'imboccatura del pozzo, in una stanza simile a quella che aveva lasciato molto più in basso. Uscì dalla stanza e si trovò in un altro dei soliti corridoi fiancheggiati di porte; svoltò nella direzione che portava verso l'alto e continuò a camminare. Ormai era al livello di Nonone, e sapeva che, se si fosse affrettato, avrebbe potuto raggiun­gere la cittadina prima che giungesse l'ora di dormire.
Accelerò l'andatura, e dopo qualche tempo scorse in distanza un gruppo d'uomini che gli si avvicinarono gradualmente. Allora si rifugiò in un apparta­mento e sbirciò all'esterno, guardingo, fino a quando non fu certo che fosse­ro Nononesi. Il colore rosso delle tuniche, le cinture strette e il modo curio­so di portare i capelli lo convinsero che erano amici. Perciò Tumithak si fece vedere e attese che il gruppo si avvicinasse. Quando gli altri lo videro, l'uomo che procedeva in testa e che evidentemente era il capo del drappello, lo sa­lutò.
— Ma questi non è Tumithak di Loor? — chiese, e quando Tumithak ri­spose affermativamente, continuò: — Io sono Nennapuss, capo del popolo di Nonone. Tuo padre ci ha informati dello scopo del tuo viaggio, e ci ha avver­titi di attenderti più o meno a quest'ora. Ci auguriamo che vorrai trascorrere con noi il prossimo sonno; e se possiamo fare qualcosa per rendere più age­vole e sicuro il tuo cammino, devi solo comandarci.
Tumithak quasi sorrise di quel discorsetto pomposo, che il capo aveva evidentemente preparato in anticipo, ma rispose gravemente che sarebbe sta­to molto riconoscente, se Nennapuss avesse potuto provvedergli un alloggio per dormire. Il capo gli assicurò che gli avrebbe assegnato il migliore della cittadina; poi si voltò e condusse Tumithak nella direzione dalla quale erano giunti egli e i suoi uomini.
Percorsero miglia e miglia di passaggi deserti prima di giungere finalmen­te ai corridoi abitati di Nonone; e una volta giunti, l'ospitalità di Nennapuss non conobbe limiti. Gli abitanti di Nonone s'erano radunati nella «Grande Piazza», come veniva chiamata la congiunzione tra i due corridoi principali, e con il linguaggio fiorito e fluente che gli era tipico, Nennapuss parlò di Tu­mithak e della sua impresa; e poi gli offrì le chiavi della città.
Dopo il discorso di risposta, in cui il Looriano si lasciò travolgere da una furia eloquente nel parlare del suo argomento preferito (il suo viaggio) venne organizzato un banchetto; e sebbene il cibo fosse costituito soltanto dalle gallette senza sapore che erano la dieta esclusiva di quella gente, ne mangia­rono a sazietà. Quando Tumithak finalmente si addormentò, lo fece con il pensiero che almeno lì un aspirante uccisore di shelk veniva apprezzato. Se il proverbio non fosse andato ormai perduto tra secoli di ignoranza e di oblio, egli avrebbe senza dubbio pensato che in verità un profeta viene onorato solo fuori della sua patria.
Dieci ore dopo, Tumithak si alzò e si preparò a congedarsi dal popolo di Nonone. Nennapuss insistette perché facesse colazione con la sua famiglia, e Tumithak fu lieto di accettare.Ifigli di Nennapuss, due ragazzi sui dodici o tredici anni, durante il pasto si mostrarono entusiasti dell'idea meravigliosa del Looriano. Sebbene il pensiero di un uomo che affrontava uno shelk fosse per loro incredibile, sembravano convinti che Tumithak fosse più di un sem­plice mortale, e lo tempestavano con centinaia di domande sui suoi progetti. Ma, a parte il fatto di avere studiato la lunga strada per la Superficie, Tumi­thak aveva piani decisamente vaghi, e non fu in grado di dire ai ragazzi come avrebbe ucciso il suo shelk.
Dopo colazione, si issò di nuovo lo zaino sulle spalle e si avviò lungo il corridoio. Il capo e il suo seguito lo accompagnarono per parecchie miglia; mentre procedevano, Tumithak interrogò Nennapuss sulle condizioni dei pas­saggi che conducevano a Yakra e oltre.
— La strada, su questo piano, è sicura — disse Nennapuss. — È pattuglia­ta da uomini della mia città e nessuno Yakrano vi entra senza che ce ne accorgiamo. Ma il pozzo che porta al piano di Yakra è sempre ben sorveglia­to dagli yakrani, lassù, e sono certo che avrai difficoltà, quando cercherai di uscirne.
Tumithak promise di usare la massima cautela; e poco più avanti Nenna­puss e i suoi compagni si accomiatarono da lui e lo lasciarono proseguire da solo.
Ora egli si muoveva con maggior prudenza, perché, sebbene i Nononesi pattugliassero quei corridoi, sapeva benissimo che i nemici potevano eludere
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alla carica verso di lui: si erano accorti che non era uno Yakrano, ed egli lo sape­va. Invece di cercare di evitarli, si lanciò tra loro, urlando con tutto il fiato che aveva in gola.
— Gli shelk! — gridò, come se fosse in preda al terrore più atroce. — Gli shelk!
L'atteggiamento bellicoso degli uomini cambiò di colpo, si trasformò in un estremo spavento. Senza una parola a Tumithak, senza neppure voltarsi indietro, girarono su se stessi, e mentre il Looriano sfrecciava oltre, lo segui­rono correndo, in preda al panico. Se fossero stati uomini di Loor si sarebbe­ro soffermati a controllare, o almeno avrebbero trattenuto l'intruso per inter­rogarlo. Ma erano Yakrani. La città era parecchie miglia più vicina di Loor alla Superficie, e molti degli uomini più anziani ricordavano ancora l'ultima volta che gli shelk avevano compiuto incursioni in quelle gallerie, durante una delle loro rare spedizioni di caccia, lasciando sulla loro scia morte e di­struzioni indimenticabili per coloro che vi avevano assistito. Perciò il terrore a Yakra era assai più vivo che a Loor, dove era poco più di una terribile leggenda del passato.
Senza formulare una sola domanda, gli Yakrani fuggirono per il lungo corridoio, seguendo Tumithak, attraverso gallerie secondarie e porte che sem­bravano semplici ingressi di appartamenti, ma che in realtà erano vie dirette al corridoio principale. Più volte incontrarono altri uomini, isolati o a gruppi: all'udire il terribile grido «Gli shelk!» costoro dimenticarono ciò che stavano facendo e si accodarono alla folla atterrita. Molti si lanciarono nei passaggi laterali, che, secondo loro, offrivano una maggiore sicurezza; ma in maggio­ranza continuarono la corsa verso il cuore della città, la direzione verso cui era diretto Tumithak.
Il Looriano, ormai, non precedeva più in testa; parecchi Yakrani in fuga l'avevano superato, poiché il terrore aveva messo loro le ali ai piedi. La folla crebbe ancora più rapidamente, via via che si appressavano al centro della città, fino a quando tutto il corridoio fu pieno di una moltitudine urlante e terrorizzata, nella quale Tumithak era completamente perduto.
Si avviarono all'ampio corridoio principale, e qui trovarono una gran res­sa di persone affluite da tutti i passaggi laterali. Tumithak non sapeva spie­garsi come mai la notizia si fosse diffusa tanto rapidamente, ma a quanto sembrava tutta la città era già al corrente del presunto pericolo. E come pe­core, o meglio, da quegli esseri umani che erano, tutti avevano avuto la stessa idea, l'impulso di accorrere al centro della città, dove ritenevano che la pre­senza di una folla enorme potesse assicurare loro la salvezza.
Ma quella confusione frenetica sventò il piano che Tumithak aveva esco­gitato per attraversare la città senza pericoli, in mezzo all'agitazione da lui suscitata. Era riuscito a raggiungere il centro dell'abitato senza venire scoper­to, e gli abitanti erano tanto sconvolti che era molto improbabile che qualcu­no notasse la presenza d'uno straniero: ma la calca era così fitta che il Loo­riano si rese conto che non sarebbe riuscito ad aprirsi un varco per raggiunge­re i corridoi oltre la città. Eppure, nonostante la situazione apparentemente disperata, Tumithak continuò ad avanzare in quella marea frenetica, sperando contro ogni logica di poter raggiungere un corridoio relativamente sgombro, oltre il centro, prima che il terrore della folla si placasse e che qualcuno in­cominciasse a cercare chi aveva scatenato il panico.
La folla, il cui spavento era ingigantito da quello strano senso di telepa­tia che appare evidente nelle grandi masse, stava diventando pericolosa. Gli uomini si servivano dei pugni per aprirsi un varco, superavano i concittadini più deboli, e qua e là si udivano acute grida di collera. Tumithak vide un uomo incespicare e cadere, e un attimo dopo udì l'urlo dello sventurato, tra­volto da coloro che lo seguivano. Il grido si era appena spento quando un altro se ne levò sul lato opposto del passaggio, dove un altro uomo era cadu­to senza riuscire a rimettersi in piedi.
Il Looriano sembrava quasi una foglia trascinata dal torrente degli Yakrani urlanti e gesticolanti, quando arrivò al centro della città. Più volte, per poco non era stato travolto, e aveva riacquistato l'equilibrio per miracolo. Era quasi arrivato all'immensa piazza che segnava l'incrocio dei due corridoi principali quando inciampò sul corpo di uno Yakrano caduto e per poco non crollò al suolo. Cercò di passare oltre, e poi si fermò. Sotto ai suoi piedi c'era una donna con un bimbo in braccio!
Il viso della donna era macchiato di lacrime e di sangue, gli abiti erano lacerati, eppure ella cercava coraggiosamente di riparare il piccino dai piedi della moltitudine. Tumithak subito si chinò per risollevarla, ma, prima che ne avesse il tempo, la folla lo spinse lontano. Una collera improvvisa lo prese; si avventò furiosamente, sferrando colpi su colpi contro gli esseri che si avven­tavano e che avrebbero schiaccialo una donna della loro razza, nell'ansia di mettersi in salvo. Gli Yakrani si arrestarono davanti ai suoi colpi, si divisero passandogli a lato, per un momento, e in quel momento Tumithak si fermò e rimise in piedi la donna.
Era ancora cosciente, come dimostrava il debole sorriso che gli rivolse; e sebbene sapesse che era una nemica del suo popolo, Tumithak provò un fug­gevole senso di rimorso al pensiero che la sua trovata per spaventare gli Ya­krani aveva avuto anche troppo successo. La donna stava cercando di dirgli qualcosa, ma le urla confuse della folla erano così forti che gli era impossibi­le udire la sua voce. Abbassò il capo verso di lei per sentire ciò che gli stava dicendo.
— La porta dall'altra parte del passaggio — gli gridò la donna all'orec­chio. — Cerca di attraversare la calca ed entra nella terza porta di fronte! Là saremo al sicuro!
Tumithak spinse la donna davanti a sé e fendette rabbiosamente la folla, sferrando pugni per aprirsi un varco e per proteggerla. Faticò molto a non lasciarsi sospingere nella piazza centrale, ma alla fine raggiunse la porta e la fece varcare alla donna. Poi la seguì, esalando un gran sospiro di sollievo quando si trovò fuori da quella marea. Si soffermò per un istante sulla soglia, Per assicurarsi che nessuno pensasse a seguirli, e poi si volse verso la donna e il piccino.
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Re:per chi ha "Alba del Domani" - Editrice Nord
« Rispondi #3 data: 19 Gennaio 2010, 00:33:14 »
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la mia copia ha tutte le pagine stampate...

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Re:per chi ha "Alba del Domani" - Editrice Nord
« Rispondi #4 data: 19 Gennaio 2010, 08:16:10 »
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Ho letto tutte le righe, non ne manca nessuna sul mio!
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Re:per chi ha "Alba del Domani" - Editrice Nord
« Rispondi #5 data: 19 Gennaio 2010, 09:03:52 »
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Anche la mia copia ha tutte le pagine..................al suo posto

Penso che possa essere fallato il tuo volume, purtroppo .

Massimo
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