14 Luglio 2009, 12:46:41Commento scritto da Free Will
Voto: 7.50
Non è chiaro quale sia il titolo di questo romanzo: in copertina c'è scritto "Meduse", mentre all'interno "L'incudine e il martello". Entrambi questi titoli italiani sono del tutto non pertinenti: il titolo "Meduse" fa riferimento a degli animali alieni tipo pseudosifonofori, che però non sono affatto protagonisti della storia, appaiono solo nel primo quarto della stessa e, tutto sommato sono irrilevanti; il titolo "L'incudine e il martello" potrebbe far riferimento alla situazione in cui si trova uno dei protagonisti, ma è un po' tirata per i capelli. Ma non potevano limitarsi a tradurre l'originale inglese "Ring of Swords" (anello di spade)? A complicare di più questo pasticcio, c'è la recensione, anzi la "nota introduttiva" di Giuseppe Lippi che si riferisce all'altro libro della Arnason pubblicato sulla collana Argento, e cioè "Sigma Draconis".
Come buon peso, bisogna aggiungere che la copertina di Chichoni è orrenda: c'è una bionda in tuta spaziale in un deserto presumibilmente alieno. Peccato che la protagonista del romanzo sia india, anzi Maya, non indossi mai la tuta, nella prima parte vive su un pianeta con atmosfera tipo terrestre, senza deserti, e nella seconda parte all'interno di una stazione spaziale con atmosfera artificiale.

A parte le solite nefandezze del curatore e della redazione di Urania, questo libro merita di essere letto, perché l'autrice conferma le sue grandi doti, già viste con "Sigma Draconis".
Il bello delle donne è che scrivono in maniera "analitica" (contrariamente agli uomini che hanno più il dono della "sintesi"), cioè sono più attente ai dettagli, alle minuzie, alle descrizioni dei particolari.
La Arnason è particolarmente ossessionata dai colori (ogni cosa, pianta, animale, vestito, insomma tutto, viene descritto in tutte le sue sfumature cromatiche); inoltre è particolarmente attenta ai gesti ed a tutti gli aspetti semantici del dialogo fra le persone (umane e non).
Tutto questo porta inevitabimente ad una certa prolissità, che potrebbe sembrare pedanteria, ma se non si ha fretta di vedere "come va a finire", la lettura è veramente piacevole, perché il linguaggio è sempre di alto livello e ricco di riferimenti colti. Se ad un certo punto ci si annoia un po', è solo perché la maggior parte della storia è ambientata all'interno di una stazione spaziale, con una certa sensazione claustrofobica, e dove non accade praticamente nulla, solo tanti dialoghi.
Per quanto riguarda i temi trattati, l'autrice è particolarmente fissata (come già in "Sigma Draconis") con gli alieni intelligenti pelosissimi e con strani comportamenti sessuali. La novità di questo romanzo è che questi alieni sono tutti omosessuali e perpetuano la specie solo con la fecondazione artificiale. Piccola curiosità: il termine "omosessuale" viene definito ridicolo e non partinente per la sua etimologia greca; in realtà l'etimologia è latina, o meglio francese del XIX secolo, e quindi abbastanza pertinente (personalmente preferisco le espressioni tradizionali e regionali: rendono meglio l'idea).
L'unica nota negativa è la solita visione "anglocentrica" dell'universo al punto che perfino certi nomi alieni sono inglesi e gli stessi alieni si innamorano esclusivamente di Shakespeare ed arrivano a definire l'umanità un insieme di persone e non animali, proprio per quanto ha scritto Shakespeare.
 
Utenti cui piace il libro
Utenti cui non piace il libro