15 Febbraio 2017, 20:19:58Commento scritto da adso
Voto: 9.50
Perchè una star televisiva con un seguito di trenta milioni di telespettatori si ritrova ad essere un signor nessuno da un giorno all' altro? Come può una droga sperimentale arrivare a modificare non solo la percezione della realtà, ma la realtà stessa? E, soprattutto, cosa rende davvero reale la vita? PKD, col suo solito stile allucinato, risponde a queste domande attraverso una storia dolorosa, profondamente umana e anche un po' autobiografica.nLa vicenda di Taverner, protagonista apparente del romanzo, è solo accessoria a quella inerente Buckman, il poliziotto del titolo. Quest'ultimo, infatti, lungi dall' essere un comprimario, racchiude l' essenza  stessa della storia narrata. Il punto centrale viene toccato, dapprima, durante il sogno fatto mentre viaggia verso casa e, poco dopo, quando si ferma, per una sosta, alla stazione di servizio in cui l'abbraccio con un uomo di colore del tutto sconosciuto, produttore di auricolari di basso costo, sposato e con figlio, esprime tutta la disperata volontà, da parte di Buckman, di poter accedere ad una vita fatta di cose concrete, vere, per quanto modeste esse possano essere.nCi sarebbe tantissimo altro da aggiungere, ma il rischio di dilungarsi eccessivamente e svelare il contenuto della trama più di quanto sia lecito è molto alto.nPer me si tratta di un capolavoro, l'ennesimo da parte di un autore nei confronti del quale la vita è stata dannatamente avara di soddisfazioni. Troppo avara
 
16 Febbraio 2012, 11:23:51Commento scritto da mitd
Voto: 7.50
La trama è avvincente, i personaggi interessanti e vivi, la scrittura sempre più raffinata e colta (in attesa di sbroccare con la trilogia di Valis). Eppure questo romanzo non mi ha convinto appieno: il fulcro - obiettivo del libro - è  il dolore di vivere, mentre il confine tra realtà e allucinazione sembra più un marchio di fabbrica per soddisfare le aspettative del lettore dickiano. Purtroppo il mistero che  attanaglia il lettore viene risolto in modo insoddisfacente, forse proprio perché viene data una spiegazione compiuta (e campata in aria) anziché rimanere nell'indeterminatezza. Un bel romanzo, ma non da annoverarsi tra i capolavori dell'autore. Ad ogni modo, meritatamente finalista dei premi Hugo e Nebula (nello stesso anno, 1975, de "I reietti dell'altro pianeta" (LeGuin) e"La strada delle stelle" (Niven-Pournelle).
 
25 Ottobre 2011, 22:22:55Commento scritto da maxpullo
Voto: 8.00
Ogni romanzo di Dick che leggo è una lieta sorpresa.
Qui di fantascienza non ce n'è poi molta: solo quel minimo necessario che serve a giustificare la sua ascrizione al genere, ma le profonde ed interessanti riflessioni sulla percezione della realtà, unite ad una storia misteriosa e dal ritmo serrato, rendono il libro oltremodo affascinante e coinvolgente.
E' quasi certo che Dick abbia voluto scrivere una sorta di romanzo autobiografico, ma è indubbio che l'abbia saputo fare in modo assolutamente originale e suggestivo, creando un piccolo grande capolavoro in cui vengono riprese gran parte delle tematiche delle sue opere migliori: la disgregazione della realtà, la fuga nei mondi illusori (e negli incubi) provocati dalla droga, l'incubo del fallimento e della miseria, il tema della città "meccanizzata" che rende gli uomini soli ed infelici.
Personalmente ho trovato questo romanzo davvero gustoso, una sorta di "summa del pensiero dickiano", compendio essenziale per chi da sempre è un suo fan e per chi (come me) ha imparato ad amarlo capolavoro dopo capolavoro: una vera e propria perla che racconta in modo magistrale una storia imprevedibile in cui, tuttavia, differentemente da altre opere assai meno rassicuranti (Ubik e Le tre stimmate di Palmer Eldritch su tutte) alla fine si ritrova il bandolo della matassa, il ritorno alla realtà (realtà?) è garantito ed ogni più piccolo mistero trova la sua logica (logica?) spiegazione.
L'unico difetto che ci ho trovato è rappresentato dall'epilogo: proprio il fatto di voler chiudere ogni storia e raccontare sino alla fine la vicenda di ogni personaggio appare un esercizio sterile che lascia il tempo che trova; forse un bel punto prima delle ultime due pagine avrebbe reso il libro davvero perfetto; così invece è semplicemente ottimo.
 
30 Luglio 2011, 16:55:02Commento scritto da Dart Fener
Voto: 6.00
Romanzo che Dick ha definito autobiografico. Scritto sostanzialmente nel 1970, quando stava dissolvendosi il quarto matrimonio dello scrittore con Nancy, la quale portò via con sé la figlia Isa. La sua preoccupazione di quegli anni consisteva nel trovare una donna su cui riversare stabilmente il disperato bisogno di affetto. Il modello della sua anima gemella si fonda con l'immagine della sorellina Jane, nata con lui, ma morta dopo poco più di un mese dal parto (Alys la rappresenta nel romanzo). Dunque, la storia è un viaggio dentro le ossessioni dell'autore. Personalmente ritengo che Dick abbia fatto di meglio, il confronto con altre sue opere non regge.
 
24 Aprile 2007, 12:15:37Commento scritto da Senzabenza
Voto: 9.00
Una delle opere piu "facili" di Dick, senza per questo mancare di orginalità e attrattiva. La droga vista non solo come fuga dalla realtà e un futuro totalitario, dove la polizia la fa da padrona, fanno da cornice al protagonista, ritrovatosi all'improvviso, da affermato e ricco presentatore a uomo che non esiste. Da non perdere
 
25 Maggio 2006, 10:15:32Commento scritto da fieramosca
Voto: 9.00
Un romanzo affascinante e coinvolgente, nel quale è presente il tema, già dominantre in altri famosi romanzi di Dick, che l'uso di droghe ed allucinogeni non solo altera la percezione della realtà, ma la realtà stessa quale noi la conosciamo. Un romanzo da non perdere.
 
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