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Galassia - La Tribuna - Scritta Galassia nel riquadro colorato

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Codice:2966
 
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Media: 8.00
 
N. Volume:   151
Titolo:   Trenta giorni aveva settembre
Autore:   Robert F. YOUNG (ps. di Robert Franklyn YOUNG)
   Traduzione: Roberta RAMBELLI (ps. di Jole RAMBELLI)
   Copertina: Franco LASTRAIOLI
 
Data Pubbl.:   1 Ottobre 1971 ISBN:    non presente
Titolo Orig.:   A Glass of Stars, 1968
Note:   Rispetto all'originale mancano: On the River e Star Mother.
 
Genere:   Libri->Fantascienza
 
Categoria:   FANTASTICO Rilegatura:   Brossura
Tipologia:   Principali Dimensioni:   124 x 184
Contenuto:   Antologia  N. pagine:   176
 
 
  Ultima modifica scheda: zecca_2000 28/01/2019-08:35:16
 
   
 

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Tra l'ironia e la tenerezza: la narrativa di Robert Young sembra oscillare tra questi due poli. Qualche volta, s'indirizza verso il dramma o sfiora la tragedia; ma si direbbe che l'autore ceda malvolentieri a queste esigenze. L'ironia e la tenerezza sono i suoi due sentimenti preferiti, e si sforza quasi sempre di contemperarli con grande finezza. Qualche volta i suoi racconti sembrano riecheggiare temi cari a Bradbury, qualche volta richiamano motivi prediletti da Simak. Non si tratta mai di una imitazione a freddo, voluta e programmatica: piuttosto, di una occasionale consonanza con il patrimonio spirituale di questo o di quell'autore. E, in ogni caso, Young riesce a serbare la sua originalità. I temi prescelti in questa selezione di racconti sono spesso sociologici, in perfetta risonanza con alcuni dei problemi maggiori del nostro futuro: l'incremento demografico, le megalopoli, l'automazione. Altri autori, dotati di minore finezza e di una inferiore capacità di delicata ironia presenterebbero il futuro del mondo come un incubo tipo Metropolis, con masse di lavoratori-schiavi abbrutiti dalla fatica disumana. Young è troppo sottile e intelligente per abbandonarsi a concezioni in fondo così anacronistiche. Le sue masse del futuro sono abbrutite, ma non dal lavoro: dall'ozio forzato, imposto dall'automazione che ha reso ricchi gli uomini, ma li ha lasciati senza nulla o quasi da fare. I governi futuri non si preoccupano di favorire la riproduzione della razza umana, per avere a disposizione più schiavi: anzi, cercano di frenarla, ma contemperano quella necessità con una umanità irrinunciabile. Caso mai, è la folla, non il governo, ad essere spietata. Sono forse tutte sfumature che possono sfuggire a un lettore disattento, ma sommate insieme costituiscono una caratteristica che distingue Young da molti altri autori, e gli conferisce una personalità quasi unica. Altri dei suoi racconti prospettano futuri anche più remoti, e qui la sua fantasia garbata e commossa ha più vasto raggio di manovra, qui la sua ironia può giocare con grazia sdrammatizzando episodi in se stessi agghiaccianti: basterebbe pensare a L'Arc de Jeanne, e alla piega doppiamente inattesa che finisce per assumere il rito orrendo dell'autodafé; o a Progetto Piramide, in cui la battaglia decisiva per la conquista della Galassia finisce per essere combattuta (o meglio, non combattuta) in un passato remotissimo; o a Straccio, un racconto in cui l'inventiva è messa al totale servizio della commozione, tuttavia frenata da una autoironia incarnata dal protagonista stesso. Forse è difficile trovare per questi racconti di Young una parola più forte e più altisonante di 'deliziosi'. Ma non è detto che questa parola, in ultima analisi, debba essere per forza meno elogiativa di 'grandiosi' o 'allucinanti'. Anzi, in un certo senso, è un tributo ad una qualità interiore umana assai più preziosa.