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Home Forum | La Fantascienza e gli altri generi... | Figlie, Collane e Collanine satelliti di Urania | Discussione: Millemondi autunno «prec succ»
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  Autore  Discussione: Millemondi autunno  (letto 1651 volte)
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Millemondi autunno
« data: 07 Ottobre 2010, 21:05:27 »
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è comparsa la news sul Blog di Urania (grazie al primo fortunato che ha trovato U di ottobre in edicola...):

Il Millemondi di Autunno sarĂ :
- Pianeti dell’Impossibile (antologia curata da J.& K.Morrow, dedicata alla fantascienza europea…ma scelta appunto da occhi e menti Made in USA…)


la gestazione di questo volume ha una storia insolita. lo avevano affidato a me, poi però si sono accorti che era già stato inviato a un altro traduttore (per errore, in redazione circolavano 2 copie dell'originale).
appena appurata la cosa, ovviamente, si è gridato "stooooopppp! ferma le macchine!" ma ormai avevo tradotto un certo numero di racconti.

se n'è parlato alla mini-Trifidata perugina. come accennato in quell'occasione con il GT, quando uscirà il volume metterò online su UM la prima pagina - solo la prima, a titolo di esempio - di ognuno dei racconti che avevo fatto in tempo a tradurre. una piccola chicca per collezionsiti: i "Pianeti dell'impossibile" che avrebbero potuto esistere.
« Ultima modifica: 07 Ottobre 2010, 21:06:29 di dhr » Loggato
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Ho visto cose che voi umani ...



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Re:Millemondi autunno
« Rispondi #1 data: 09 Ottobre 2010, 23:20:28 »
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ma hai tradotto anche Evangelisti ???
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Re:Millemondi autunno
« Rispondi #2 data: 10 Ottobre 2010, 08:37:49 »
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Citazione da: 666castlerock666 il 09 Ottobre 2010, 23:20:28

ma hai tradotto anche Evangelisti ???


no però sull'antologia americana il racconto di Evangelisti era tradotto in inglese da Sergio Altieri.
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Re:Millemondi autunno
« Rispondi #3 data: 01 Novembre 2010, 17:34:05 »
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[ essendo stato ufficialmente annunciato il volume "Pianeti dell'impossibile", comincio a postare le prime pagine della versione "ufficiosa" ]


Jean-Claude Dunyach
Separazioni


— Tutti ricordi d’amore — dice il giovane. — D’amore perduto.
E intanto giocherella con le dita su una catenina che emerge appena al di sopra del colletto. Ai due lati del pomo d’Adamo scintillano le striature dorate che lo identificano come un artista; sembrano le impronte di uno strangolatore. Il loro scintillio, al confronto, fa apparire opaca la catenina composta da gemme di colore scuro, infilate lungo un sottile cavo metallico. Ogni volta che l’indice dell’artista le strofina, le pietre si accendono per un istante dall’interno.
— Sulla Vecchia Terra è l’ultimo grido — continua. — Si indossano gli amori perduti come una collana di perle… raccolte dalla tua memoria dopo che il dolore si è estinto.
— Trofei di caccia — borbotta il capitano Bascombe.
Il capitano, in piedi nella cabina di pilotaggio a prua della sua nave d’argento, guarda attraverso gli schermi esterni. A distanza così ravvicinata dalle singolarità di Hartzfeld, lo spazio nero si incurva tutto intorno a loro. I motori vibrano in folle, mentre gli impianti di sostentamento ronzano una rassicurante ninnananna alle centinaia di passeggeri che giacciono nelle capsule di ibernazione. Gli unici due umani in stato di veglia, a bordo, sono l’artista e il capitano.
— No, li tengo come testimonianze dei fallimenti — risponde il giovane, distogliendo lo sguardo dal vuoto cosmico. — Ognuna di queste gemme è difettosa, perché è stata tagliata male o perché è deturpata da macchie o aloni. Mi aiutano ad affrontare ogni nuova conquista con animo puro.
— Immaginavo che gli artisti si votassero anima e corpo alla causa, senza mai volgersi indietro.
— Ci imponiamo di crederlo anche noi. Ma l’amore perfetto esiste solo nella fantasia di qualche gioielliere.
Bascombe si volta altrove, nel timore che l’artista riesca a leggergli in faccia le tracce del suo amore, quell’amore che tanti anni fa lo ha rovinato. Quando lei se ne andò, Bascombe morì al mondo per la prima volta, con il cuore straziato, e nulla da poter accusare tranne la propria insensibilità. Ora l’insolenza infantile di Contrapunt gli ricorda, con dolore, che anche lui tanto tempo fa avanzava nella vita come una nave rompighiaccio, fregandosene degli eventuali relitti che lasciava dietro di sé. Finché, un bel giorno, il relitto fu lui.
Il viaggio deve ancora cominciare ma, tra il disprezzo verso quel passeggero e il disgusto verso di sé, il capitano è già sul punto di esplodere.
Pochi minuti, e loro due attraverseranno, insieme, la singolaritĂ .

Bascombe ha cominciato a detestare Contrapunt fin dal loro primo incontro, su Charandyne. In un bar dell’astroporto, un giovane straniero era avanzato a passo deciso verso il tavolo del capitano. Aveva tutto il look di un tipo glamour: capelli artificiosamente spettinati, impianti neurali a intarsio che sporgevano al di sopra delle orecchie, occhi rivestiti di membrane riflettenti che nascondevano i pensieri. Avvolgeva la sua silhouette androgina una calzamaglia punteggiata di oro liquido, che evidenziava i suoi fianchi ridicolmente stretti. Quel tizio, al confronto, faceva sembrare Bascombe molto anziano e molto saggio; proprio le due cose che lui non sopportava.
— La vostra nave sta per attraversare il portale di Hartzfeld. Vorrei venire con voi. — La voce del giovane faceva pendant con il suo look, con la “erre” rigorosamente moscia.
— Mi rimangono alcune capsule disponibili. La Compagnia gliene affitterà senz’altro una, salute permettendo.
— Io sto benissimo, capitano. Però non mi va di dormire durante il viaggio… insisto per poterlo affrontare in stato di veglia.
— Le politiche aziendali…
— … Non si attagliano a me — lo interruppe l’artista, con un sorriso che avrebbe risuscitato un morto. — Ho ottenuto tutti i permessi necessari. Ho già anche risolto la parte finanziaria con i suoi sottoposti.
— Allora, suppongo che sia già informato sui rischi. — Bascombe lo trivellò con lo sguardo. — E non mi riferisco alle statistiche relative agli incidenti a bordo, perché sono state falsificate ad arte. La Peregrine è un’ottima nave, assolutamente affidabile, il massimo rischio che si può correre è andare a sbattere contro un montante. Ma io parlo dei rischi reali. Ed è qui che lei chiede l’impossibile.
— Non se ne potrebbe discutere da gentiluomini?

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Re:Millemondi autunno
« Rispondi #4 data: 02 Novembre 2010, 07:36:33 »
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Elena Arsenieva
Una betulla, una volpe bianca


Gurov camminava lungo le dune violacee; sotto i suoi passi la sabbia si contraeva con un lieve, secco scricchiolio, per poi tornare liscia. Quel luogo non conservava le impronte umane. Man mano che lui avanzava, la sabbia rimaneva invariata nelle sue creste scolpite dal vento. Come se Gurov fosse un essere incorporeo, un fantasma.
Era morto anche lui, come gli altri? E se accanto a lui stessero ancora camminando, senza peso né parola, Averianov e Lapushkin, anzi i loro spettri? Gurov si premette con forza le dita contro la bocca e si guardò attorno.
Alla fine decise di essere solo; riuscì anche a calmarsi un poco, allontanando le dita dalle labbra. Lasciando perdere i fantasmi, si concentrò su un’idea colma di sarcasmo: “Ragazzo mio, per chiudere il discorso ti basterebbe aprire bocca”.

In pratica, si erano scavati la fossa da soli. Dopotutto avrebbero potuto benissimo scegliere un altro satellite di quel pallido sole (un sole che, ora dopo ora, sorvegliava Gurov tormentandolo con i suoi raggi ardenti, e tuttavia freddo nella sua indifferenza), dato che quel Sistema ospitava una mezza dozzina di mondi abitabili. La decisione di atterrare, in sé, era stata ragionevole: le riparazioni alla Volopas erano più facili da effettuare al suolo che in orbita. Ma quale folle logica li aveva spinti a selezionare proprio quel pianeta?
Solo ora a Gurov venne in mente che un’entità maligna doveva averli attirati lì. Il loro destino non era stato segnato da un grossolano errore né da un colpo di sfortuna: una potenza malvagia aveva macchinato la distruzione della squadra di esploratori. Nella loro follia, i cosmonauti si erano perfino entusiasmati quando, entrando in orbita, i sensori della Volopas avevano rivelato un’atmosfera quasi identica a quella terrestre. Oh se solo l’aria fosse stata satura di veleni, costringendoli a smammare! Invece, avevano proseguito con il piano… si erano accostati… si erano schiantati.
Tossendo e ansimando, erano riusciti a strisciare fuori dal relitto in fiamme. Rimasero a lungo distesi su quella sabbia violacea, sotto il cielo verde, troppo deboli per muoversi, troppo storditi per parlare. Non facevano altro che respirare a pieni polmoni, sensazione così piacevole dopo l’atmosfera stantia a bordo della nave. Scoprirono solo dopo che il loro silenzio aveva tenuto a bada la morte.
L’incendio alla fine consumò se stesso, lasciando appena qualche resto sbudellato della Volopas. Il primo a fare mente locale fu Averianov, che era il burlone del gruppo, nonché il più muscoloso. Gonfiando il torace, inspirò in profondità, poi barcollando sulla sabbia raggiunse la nave devastata e vi scomparve all’interno. Parecchi minuti dopo, ne riemerse con un sacco che aveva ricavato da una fodera ignifuga; lo aveva riempito di razioni alimentari. Inspirò di nuovo a fondo e pronunciò tre parole. Non con voce stentorea, ma abbastanza forte da poter essere sentito da Miroslav Gurov e Sasha Lapushkin. Bastò quella frase per scatenare il fenomeno.
— La cena, ragazzi!
Fu come se l’aria attorno ad Averianov si fosse incendiata. La terra tremò. Le fiamme sprizzarono verso l’alto avvolgendo Averianov nelle loro lingue rosse. La sua sagoma si consumò, si sciolse; il corpo e il sacco vennero risucchiati da quell’inferno turbinoso.

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Re:Millemondi autunno
« Rispondi #5 data: 02 Novembre 2010, 09:06:21 »
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Citazione da: dhr il 07 Ottobre 2010, 21:05:27


Il Millemondi di Autunno sarĂ :
- Pianeti dell’Impossibile (antologia curata da J.& K.Morrow, dedicata alla fantascienza europea…ma scelta appunto da occhi e menti Made in USA…)




si tratta di una traduzione dall'americano?
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Re:Millemondi autunno
« Rispondi #6 data: 02 Novembre 2010, 09:33:05 »
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Citazione da: Algernon il 02 Novembre 2010, 09:06:21

si tratta di una traduzione dall'americano?


sì. l'editore Usa è riuscito a pescare traduttori dalle più "incredibili" lingue europee: svedese, polacco, ceco... qui, semplicemente, si è lavorato sulla base del testo americano.

d'altronde anche Tolstoj arrivò per la prima volta in Italia tradotto dal francese, con ottimi risultati

si potrebbe obiettare: bastava rivolgersi a qualche agenzia internazionale di traduzioni, anziché a un singolo traduttore italiano dall'inglese. però, a parte la complessità della procedura, se si sono acquistati i diritti sull'antologia americana (ossia: nomi dei curatori, scelta delle opere, introduzione generale, introduzioni ai singoli autori ecc.), sarebbe stata un'operazione kamikaze lavorare su due canali indipendenti (tradurre introduzioni ecc. dall'inglese, tradurre i singoli racconti dalle lingue originali).
« Ultima modifica: 02 Novembre 2010, 09:39:04 di dhr » Loggato
jashugan


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Re:Millemondi autunno
« Rispondi #7 data: 02 Novembre 2010, 17:01:11 »
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Citazione da: dhr il 02 Novembre 2010, 09:33:05


Citazione da: Algernon il 02 Novembre 2010, 09:06:21

si tratta di una traduzione dall'americano?


sì. l'editore Usa è riuscito a pescare traduttori dalle più "incredibili" lingue europee: svedese, polacco, ceco... qui, semplicemente, si è lavorato sulla base del testo americano.

d'altronde anche Tolstoj arrivò per la prima volta in Italia tradotto dal francese, con ottimi risultati

si potrebbe obiettare: bastava rivolgersi a qualche agenzia internazionale di traduzioni, anziché a un singolo traduttore italiano dall'inglese. però, a parte la complessità della procedura, se si sono acquistati i diritti sull'antologia americana (ossia: nomi dei curatori, scelta delle opere, introduzione generale, introduzioni ai singoli autori ecc.), sarebbe stata un'operazione kamikaze lavorare su due canali indipendenti (tradurre introduzioni ecc. dall'inglese, tradurre i singoli racconti dalle lingue originali).


sicuramente è più conveniente e sbrigativo,ma meno accurato...
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Re:Millemondi autunno
« Rispondi #8 data: 02 Novembre 2010, 18:24:09 »
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Citazione da: jashugan il 02 Novembre 2010, 17:01:11

sicuramente è più conveniente e sbrigativo,ma meno accurato...


that's life (*) come dicono i francesi.
(*) frase tratta da un'antologia americana sui proverbi francesi
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Re:Millemondi autunno
« Rispondi #9 data: 02 Novembre 2010, 18:30:06 »
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Citazione da: dhr il 02 Novembre 2010, 18:24:09


Citazione da: jashugan il 02 Novembre 2010, 17:01:11

sicuramente è più conveniente e sbrigativo,ma meno accurato...


that's life (*) come dicono i francesi.
(*) frase tratta da un'antologia americana sui proverbi francesi




pensavo i tedeschi...

tu che hai avuto la possibilità di leggerne qualcuno,com'è quello di eschbach,l'ho scoperto da poco come scrittore,ma mi piace veramente un sacco!!
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Re:Millemondi autunno
« Rispondi #10 data: 02 Novembre 2010, 18:37:35 »
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Citazione da: jashugan il 02 Novembre 2010, 18:30:06


tu che hai avuto la possibilità di leggerne qualcuno,com'è quello di eschbach


è uno di quelli che ho non ho fatto in tempo a tradurre, e che non ho leggicchiato dopo (mi è stato lasciato il volume originale). non compare nessun segno a biro accanto al titolo, quindi significa che a una prima "annusata" non mi ha acchiappato, quindi ho lasciato perdere.

qui di seguito, le mie preferenze personali:
BELLI Arsenieva, Neff
SPLENDIDI Dunyach, Sinisalo, Huberath, Wintrebert

notare l'alta percentuale femminile, 50%. com'è che in Italia...?

in generale, comunque, un'antologia di alto livello. va da sé.
« Ultima modifica: 02 Novembre 2010, 18:38:22 di dhr » Loggato
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Re:Millemondi autunno
« Rispondi #11 data: 03 Novembre 2010, 07:14:52 »
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Ondrej Neff
Il quarto giorno, poi l’eternità


Non aveva bisogno di guardare fuori dalla finestra per sapere come fosse ridotto il Castello Galitzin. I cornicioni di ottone del tetto conico a mattonelle ormai erano anneriti, e le pareti rivestite di stucco mostravano decine di crepe a zigzag. In molti punti l’intonaco era caduto del tutto, mettendo a nudo i mattoni rossi, come se un gigante armato di ascia avesse infierito sull’edificio. Anche le finestre erano malridotte. I vetri erano coperti di polvere e fuliggine (come cataratta negli occhi di un vecchio); dalle intelaiature rimaste vuote, come tende di trina, pendevano ragnatele spesse e intricate. Eserciti di ragni ci avevano lavorato sodo fin dall’alba. Forse quelle creature desideravano che le finestre sparissero del tutto, confondendosi con gli stucchi.
I ragni lavoravano in completo silenzio. Lui però si chiese se, uscendo di casa e orecchiando con attenzione, sarebbe riuscito a percepire il tic-tic delle loro zampette sui telai. Era infatti impossibile che un aracnide si sobbarcasse tutta quella fatica senza neppure emettere un suono.
L’uomo strizzò gli occhi in una crisi di delusione… anzi, di rabbia furiosa. Il “quarto giorno” non era il momento migliore per le seghe mentali. Mancavano solo tre ore a mezzogiorno; tre ore per lavorare a quelle equazioni. Sarebbe stato meraviglioso portare a termine il progetto già in mattinata! O almeno entro la quarta mattinata, o la quarta successiva, o quella ancora successiva. Allora avrebbe assaporato ancora di più il trionfo.
Mandando al diavolo la montagna di fogli coperti da equazioni recalcitranti, si alzò dalla scrivania di mogano e attraversò la biblioteca per raggiungere la finestra. Le screpolature sul Castello Galitzin erano più numerose del giorno prima, i buchi nell’intonaco più grandi. Già, era indubbio, l’edificio stava cascando a pezzi sotto i colpi inesorabili del Tempo. Forse un giorno sarebbe crollato di botto, spargendo mattoni per la vallata prima che lui terminasse le operazioni. Be’, anche quella sarebbe stata una soluzione, no?
La battuta amara riuscì a farlo ridere, e insieme al riso vennero il sollievo e la speranza. Finché lui riusciva ancora a ridere, il peggio era scongiurato.
Lasciando la biblioteca, salì al bagno del primo piano per una doccia calda, sfruttando l’acqua raccolta nella cisterna dell’attico. Non c’era da fidarsi dell’acqua dei rubinetti… non più, dopo quel “quarto giorno” in cui “quelli” avevano avvelenato i pozzi della villa con il cianuro; a salvarlo all’ultimo minuto era stato l’olfatto. Sì, forse adesso avrebbe potuto usare tranquillamente il rubinetto, perché nel frattempo i pozzi si erano purificati, e i suoi aggressori non usavano mai due volte lo stesso trucco. Tuttavia, perché correre rischi inutili? Tanto più che “usare la stessa strategia” sarebbe stata una nuova strategia.
Mai lasciare nulla al caso, si ripeté mentre indossava l’accappatoio e ridiscendeva al pianoterra. Nulla, assolutamente nulla al caso. Se cominciava a improvvisare, non avrebbe mai battuto i propri nemici.
Il problema, però, consisteva nel fatto se lui fosse riuscito o meno a risolvere le equazioni. Forse, di quattro giorni in quattro giorni, a un bel momento lui avrebbe abbassato le difese. La sua morte avrebbe potuto essere equiparata a una vittoria? Un successo paragonabile al reperimento della soluzione matematica? La prospettiva del sacrificio personale non richiedeva un eccessivo eroismo, dato che la vita che conduceva somigliava poco a una vita. Era più estraneo al mondo di quanto lo fossero i morti.
A frantumargli i pensieri cupi fu lo squillo del telefono, che lo fece correre alla biblioteca. Era senz’altro Sapkowski, che voleva sapere se consegnare la solita merce. Lui raggiunse la scrivania, attivò il sistema di crittografia e agguantò il ricevitore. — Qui Drabek.
— Sono io — disse Sapkowski. — Vengo adesso?
— Hai tutto?
— Certo — rispose Sapkowski in tono altezzoso. Si credeva un grande businessman ma era solo un rivenditore da quattro soldi, un fruttivendolo specializzato in pistolame.
— Glock, fucile da caccia, Remington, Galil o Kalashnikov?
— Tutti e cinque.

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Re:Millemondi autunno
« Rispondi #12 data: 04 Novembre 2010, 07:16:17 »
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Johanna Sinisalo
Baby Doll


Di ritorno da scuola, Annette si scrolla la cartella buttandola sul pavimento in corridoio. La cartella è in vinile trasparente con scintillii metallici, a colori arcobaleno che danzano attorno a cuoricini iridescenti e labbroni rossi. Attraverso il vinile s’intravede il contenuto della cartella: libri di scuola, quaderni e un astuccio degli adolescenti rock del momento (anno 2015), gli Stick That Dick. I cantanti esibiscono giubbotti di cuoio aperti sui toraci ondulati, sui cinturoni sono effigiate teste di animali con un lungo becco o la proboscide. Craig ha la testa di un elefante. Craig è il più figo della band.
Annette getta il giubbottino rosso su una sedia, cominciando a togliersi gli stivaletti coordinati. Sono allacciati all’altezza degli stinchi, ma non le va di chinarsi e spingere per sfilarli; preferisce liberare un tallone con le dita del piede opposto. Con l’unico risultato di strappare le calze a rete.
— Oh per amor del cazzo!
Sua “mampi” esce di cucina, ancora in abiti da lavoro. — Che c’è, tesoro?
— Dicevo: uffi, mi sono rovinata le calze.
— Amore, di nuovo! Costano anche un sacco. Be’, domani metterai quelle normali.
— Di certo io non mi ficco quella roba!
— Tesoro, o quello o niente.
— Allora non ci vado proprio, a scuola! — Afferra la cartella e fa per lanciarsi in camera sua, ma in studio la tv è accesa e trasmette il suo show preferito, Amori & odi suburbani. — Sembrerei una vera stinfia — borbotta mentre si allunga sul sofà, un po’ tra sé, un po’ rivolta alla madre, che però non la può più sentire.
La puntata inizia. La trama s’infittisce: Jake è appena stato sorpreso a letto con Melissa, però Bella non sa che Jake sa che lei ha una storia con il suo (di lui) gemello Tom, in compenso Jake non sa che Melissa in realtà è sua figlia, dato che anni fa lui aveva aiutato una coppia di lesbiche a restare incinte.
— Tesoro, devo dirti… — le fa la madre, che è di nuovo uscita dalla cucina e si è posizionata accanto al sofà.
— Zitta che non sento niente! — Bella strappa Jake da Melissa, bestemmiando come uno scaricatore di porto e mettendo allo scoperto le enormi tette di Melissa e il culo pallido di Jake. Oggi a scuola Ninotska aveva detto a tutte di non perdersi la puntata perché Jake ha un culo fantastico. Annette non ci trova niente di fantastico: è più pallido del resto del corpo, ed è meno peloso di quello di tanti altri. Comunque, domani dirà a Ninotska di averci dato un’occhiata e di averlo trovato troooppo super-figo, ridacchiando come si fa in queste occasioni.
La madre aspetta che arrivi la pubblicità. — Appena arriva papà, io devo andare — dice.
— Me la caverò.
— Lulù ha una sessione. Papà va a prenderla alle nove o alle dieci, poi tu devi andare a nanna.
— Dimmi qualcosa che non so già.
— Questo, amore: che domani parto per un viaggio d’affari, resterò via due giorni.
— Sei sempre via.
— Ti aiuterà papà con i compiti.
— Magnifico, mi farà fare da balia a Otso mentre lui gioca a squash.
— Era appunto di questo che volevo parlarti. Prometti che darai una mano a papà, e che farete da brave.
Annette è incazzata nera. Che prospettive di merda.

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Re:Millemondi autunno
« Rispondi #13 data: 04 Novembre 2010, 15:28:18 »
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Marek S. Huberath
“Sei ton-nato, Sneog. Lo sa-evo”


Sul pavimento, una serie di punti di luce tutti in fila. A Snorg piaceva osservarli mentre si spostavano lungo le piastrelle monotone. I punti di luce erano diversi dalla luce soffusa in cui era immersa la Stanza. Qualche tempo fa, aveva scoperto che la fonte di quella luce nuova era la finestrella vicina al soffitto. Gli piaceva stendersi sulla schiena, così che i punti luminosi lo riscaldassero un po’. Voleva farlo anche adesso. Tentò di muovere le braccia, ma l’unica cosa che ottenne fu di precipitare di brutto sul pavimento.
— Dags — sibilò a denti stretti. Non era in grado di muovere la mandibola intorpidita.
— Dags — ripeté, a fatica.
Uno dei Dags si voltò da davanti allo schermo, probabilmente attirato più dal tonfo di Snorg che dalla sua voce. Nel frattempo Moosy aveva continuato a cantilenare qualcosa sottovoce, sostituendo le parole con na-na-na. Il Dags raggiunse Snorg a rapidi scatti e lo schiaffeggiò senza pietà. Entrambi i Dags avevano braccia forti; usavano poco le gambe sottosviluppate.
— Pa… pa — balbettò il Dags, muovendo ritmicamente le spalle per indicare che entro un minuto Snorg avrebbe riacquistato l’uso delle braccia. Cominciò quindi ad agganciare a Snorg il reticolo di cavi. Arrivò trascinandosi anche l’altro Dags, e strattonò i capelli a Snorg. Gli fece male, ma era appunto ciò che Snorg desiderava.
— La testa… la testa. — Arrivò un pugno sul cranio. — Bene… bene.
Poi il secondo Dags gli ficcò un dito nell’occhio. Snorg divincolò la testa con un ruggito. Il primo Dags colpì il secondo finché quello non rotolò via. Snorg aveva l’occhio offuscato dalle lacrime, perciò non poté verificare se il primo Dags stesse collegando bene gli elettrodi; ma non se ne preoccupò, perché di solito erano gente precisa. Immaginò il Dags mentre gli impiantava i cavi del macchinario, tendendo la testa in modo buffo durante l’operazione. I Dags avevano gli occhi così distanziati che erano costretti a fare così. Divertente.
— Tavegner! Ti va di sentire una storia? — Era la voce fluida e sonora di Piecky. Snorg apprezzava molto il modo di esprimersi di Piecky: si distingueva bene ogni parola, anche se, essendo privo di orecchie esterne, lui poi faceva fatica a comprendere gli altri. Per tutta risposta Piecky ricevette un forte gorgoglio: Tavegner non era ancora in grado di muovere i muscoli, comunicava solo a gorgoglii. Se si fosse drizzato in piedi, sarebbe risultato il più alto di tutti, più di Tib e Aspe. Ma l’unica in piedi era Tib, quindi la più alta risultava lei.
“Se solo potessi alzarmi, forse anch’io sarei più alto di lei” pensò Snorg.
Era felice perché quel giorno percepiva sensazioni in tutta la testa. Il dolore era un servizio fornito quotidianamente dai Dags.
— Zitto, Piecky! — gridò Moosy. — Gliela racconterai dopo. Ora sto cantando.
Le mani di Snorg erano rigide come pezzi di legno, però si muovevano a volontà. Si liberò dal groviglio di cavi e tubicini. Si pizzicò il braccio: nessuna sensazione.
“Se non altro, posso muoverle” pensò. Ispezionò i tagli e le escoriazioni sul proprio corpo. In gran parte stavano guarendo, ma si erano aggiunti due tagli a causa della caduta dalla branda. Erano la maledizione di Snorg: un attimo di disattenzione, e poteva inciampare da qualche parte squarciandosi la pelle senza neppure accorgersene. Era ossessionato dalla paura di non notare in tempo le ferite e beccarsi un’infezione. Strisciò fino allo schermo. Tib stava immobile, rigida, mentre uno dei Dags tentava di abbassarle la gonna da dietro.

(...)


[ Ultimo. Perché poi arrivò il "contrordine" ]
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marben


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Re:Millemondi autunno
« Rispondi #14 data: 09 Dicembre 2010, 11:38:29 »
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Ma non si poteva affidarlo a più di un traduttore, come spesso si è fatto un passato?
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